burning dresses

Povero blog, supertrascurato. Mea culpa.
Nell’ultimo mese mi sono sentita un animale da convegno, un po’ mio malgrado. E non ho restituito nulla di quel che ho imparato. Inizio qua.

A inizio maggio ho presentato per la prima volta la ricerca che sto facendo sulla moda critica ed etica in Second Life, con l’aiuto imprescindibile della Second stilista Ginevra Lancaster. Il progetto prevede una fase di sfondo di ricognizione di esperienze significative di moda critica in Sl, interviste a stilisti italiani e stranieri, e dopo questo primo sforzo è in progetto la realizzazione di una sfilata in Second Life. Pensavamo di farcela entro l’estate, ma credo che sarà più avanti, e ne daremo notizia qui, come promesso ai partecipanti al workshop di Milano.

Tra le esperienze più significative che abbiamo trovato devo segnalare il lavoro per me fantastico di Cutea Benelli, stilista tedesca che usa le possibilità creative del mondo metaforico per fare critica e ironia su tematiche cruciali della prima vita, dall’anoressia alla guerra fino alla crisi finanziaria.

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Venture Capital Dress, by Cutea Benelli

Per vedere altri esempi di quello che credo siano esperienze di moda critica in Second Life vi segnalo il gruppo di immagini in Flickr che ho attivato e che immeritatamente amministro, vi invito ad iscrivervi se vi interessa il tema:
Gruppo Flickr “Critical Fashion in Second Life”

vi sono già segnalati alcuni esempi di abiti e stilisti, e qui continueremo a segnalarne.

non ci fate ridere

Stamattina ho letto l’editoriale che Alessandro Portelli ha scritto ieri sul Manifesto, dove i posti riservati in metrò sono un sintomo di una farsa che annuncia la tragedia di un degrado culturale su cui c’è veramente poco da ridere. Leggetelo, leggetelo.
Mi sono ricordata le parole dello scrittore Sidran su quel che resta della sua città, Sarajevo, e del suo paese dopo la guerra: “la società civile, non lo stato, è stata distrutta – un fatto tragico, non correggibile, incurabile, un processo storico irreversibile”.
Credo che stia accadendo ora, a noi, senza che ci sia bisogno dei cecchini e delle granate.
Per questo, anche se assistiamo continuamente a boutade di buffoni, c’è veramente poco da ridere.

Visto che non ci fanno ridere, facciamoli smettere. Cominciamo a dire in giro che l’imperatore non solo è nudo, ma è anche un gran brutto vedere.

memorie dal basso

La rete, con tutte le sue piattaforme aperte alla produzione di contenuti da parte degli utenti, è diventato un luogo della memoria. Un luogo dove i ricordi possono essere oggettivati nella scrittura e nelle immagini. Dove possono essere conservati/recuperati e resi visibili agli altri.
Era implicito, ma ancora non l’avevo mai espresso esplicitamente.
In altre parole la rete offre una nuova possibilità alla memoria individuale e a quella collettiva: non lasciarsi de-scrivere solo dagli altri. Dalla politica, dai media mainstream, dai libri scolastici, dai monumenti…
In fondo la rete consente agli utenti di fare da soli il lavoro che un tempo facevano etnografi appassionati della cultura popolare, delle culture subalterne. Oggi chiunque di noi abbia una nonna con una storia da raccontare, da salvare dall’impermanenza della vita individuale, può attrezzarsi di videocamera e consegnare il racconto di una vita a un sito come la banca della memoria. Come ha fatto A., come non posso più fare io, ma come possono fare molti di voi.

Di questo ed altro – sullo sfondo del web sociale e dei cosiddetti archivi sociali – ho pensato di parlare martedì prossimo a Roma, nella tavola rotonda che seguirà la conferenza di Pierre Sorlin.

dominio maschile

in questi giorni questo paese mi fa più rivoltare del solito. è un malessere fisico, uno schifo, proprio. non ho tempo per scrivere e argomentare, ma almeno questo lo dovevo scrivere.

Al top della vergogna la recente copertina di un giornale che si dichiara libero ma è il peggior servo dei servi. Giullare e servo. Altro che uomini o caporali.

“non mi fotografate a braccia conserte, per favore…

… è la posa di quelli che comandano, “cuj ca cumandu”.

Ernestina, staffetta partigiana della 42esima Brigata garibaldina, Val di Susa, 25 aprile 2009.
(Articolo di Andrea De Benedetti, Il manifesto, 26 aprile 2009, pag. 3, oggi solo in edicola per chi vuole vedere la fotografia della staffetta Ernestina, e leggere l’articolo).

25 aprile, Festa della liberazione dal nazifascismo (non dai puffi cattivi), festa semmai di Giustizia_e_Libertà, inseparabili.

25 aprile in montagna

Per segnare la data del 25 aprile nel calendario del 2009 consiglio la lettura dell’editoriale di Marco Revelli sul Manifesto di oggi. Amaro, duro, ma purtroppo molto condivisibile.
Il 25 aprile, festa della liberazione dal nazifascismo, è una data cruciale nel calendario dell’Italia antifascista, non solo di sinistra. Quello che sta accadendo oggi, sembra assomigliare a una cancellazione del valore di quell’evento – simbolico, sintetico di quanto è avvenuto intorno al 25 aprile nella regione dove vivo e in parte dell’Italia, ma che ha prodotto effetti per tutti gli italiani di allora – attraverso una sua assimilazione. La memoria collettiva lavora non soltanto cancellando le date e gli eventi da dimenticare, ma anche producendo commistioni e vicinanze che svuotano il significato degli eventi. Tanto che il presidente del consiglio attuale fa un gioco di prestigio e parla del 25 aprile come “festa della libertà”.

Cito la prima parte del testo di Marco Revelli, ma consiglio la lettura, dove esplicita meglio questo lavorio della memoria revisionista:

Non c’è, oggi, nulla da festeggiare. Né tantomeno da condividere. Sarebbe ipocrisia non dirlo.
Dobbiamo ammetterlo. Con angoscia. Ma anche con quel po’ di rispetto che merita ancora la verità: il 25 aprile è diventato una “terra di nessuno”. Un luogo della nostra coscienza collettiva vuoto, se ognuno può invitarvi chi gli pare, anche i peggiori nemici della nostra democrazia e i più incalliti disprezzatori della nostra resistenza. E se ognuno può farvi e dirvi ciò che gli pare: usarlo come tribuna per proclamare l’equivalenza tra i partigiani che combatterono per la libertà e quelli della Repubblica di Salò che si battevano con i tedeschi per soffocarla, come va ripetendo l’attuale ministro della difesa. O per denunciarne – dopo averlo disertato per anni – l’ ”usurpazione” da parte delle sinistre che se ne sarebbero indebitamente appropriate, come l’attuale grottesco e tragico presidente del Consiglio.
O ancora – in apparenza l’atteggiamento più nobile, in realtà il più ambiguo ma anche il più diffuso – per riproporre l’eterna retorica della “memoria condivisa”: quella che in nome di un’ Unità della Nazione spinta fino ai precordi dell’anima, all’interiore sentire, vorrebbe cancellare – anzi “rimuovere”, come accade nelle peggiori patologie psichiche – il fatto, “scandaloso”, che allora, in quel 25 aprile, ma anche nei durissimi decenni che lo precedettero e prepararono, si scontrarono due Italie, segnate da interessi e passioni contrastanti, da valori e disvalori contrapposti. Due modi radicalmente in conflitto tra loro, di considerarsi italiani.
Un’Italia, da una parte, in origine spaventosamente minoritaria, sopravvissuta nei reparti di qualche fabbrica, nei quartieri operai delle grandi città, lungo i percorsi sofferti dell’esilio, nelle carceri e nelle isole del confino (quelle di cui il “premier” parla come di luoghi di vacanza): un’Italia quasi invisibile, fatta di inguaribili eretici, di testardi critici ad ogni costo, anche quando le folle plaudenti sembravano dar loro torto, di gente intenzionata a “non mollare” anche quando il “popolo” stava dalla parte del despota, di “disfattisti” contro la retorica di regime, anche quando le legioni marciavano sulle vie dell’Impero… L’Italia, insomma, dei “pochi pazzi” che, come disse Francesco Ruffini, uno dei pochissimi professori che non giurarono, deve in modo ricorrente rimediare agli errori fatali dei “troppi savi”… E dall’altra parte l’Italia, sempre plaudente dietro qualche padrone, delle folle oceaniche, degli inebriati dal mito della forza e del successo, dei fedeli del culto del capo. L’Italia “vecchissima, e sempre nuova dei furbi e dei servi contenti”, come scrisse Norberto Bobbio: quelli che considerano la critica un peccato contro lo spirito della Nazione, e la discussione un lusso superfluo.
Vinse la prima: il 25 aprile sanziona appunto quella insperata, impossibile vittoria. E vincendo finì per riscattare tutti, permettendo persino, con quella sua sofferta vittoria, all’altra Italia di mascherarsi e di non fare i conti con se stessa. Sicuramente di non pagare, come avrebbe meritato, i propri crimini ed errori.

continua qui

Per questo secondo Revelli oggi non ha molto senso andare nelle piazze, terra di nessuno occupata da significati che con il 25 aprile non hanno molto a che fare. Non consiglia certo di andare al mare, ci mancherebbe. Ma forse è il momento giusto per tornare in montagna, fisicamente e idealmente, per ritrovare la strada del 25 aprile. Saluti da Monte Sole.

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quel che resta della chiesa di San Martino dopo l’eccidio e l’incendio del 1944 ad opera dei nazisti tedeschi

Pregnant Barbies

La critica maggiore che viene mossa alla bambola della Mattel, mi pare, è quella di essere irrealisticamente bella e fashionista. Fuori dal mondo, dalle sue banali e faticose quotidianità.
Mi ha sorpreso quindi tanto scoprire che tra i fallimenti di mercato della Mattel va annoverata una Barbie incinta, con tanto di pancione magnetico con infante incorporato. Il modello è del 2002, in realtà la bambola incinta non è Barbie ma la sua storica amica Madge, che sta aspettando il suo secondo figlio e ha pure un marito.

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L’articolo è stato ritirato dagli scaffali dei supermercati negli Usa a causa delle reazioni innorridite dei consumatori, preoccupati di eventuali gravidanze delle loro figlie pre-adolescenti, mentre la Mattel pensava che il prodotto potesse offrire ai bambini uno spunto di riflessione e conversazione sulla nascita dei loro fratellini.
Così come ho trovato diversi commenti innoriditi degli utenti di vari social network e blog dove sono state pubblicate immagini di Barbie incinte, nella variante autentica o in vari fake.

Due riflessioni.
1. Ma se il problema della Barbie è la sua inadeguatezza al mondo reale, perchè fa tanto scandalo un’amica incinta? Sottolineo che molti commenti recitano testualmente “che schifo”: fa schifo la gravidanza? la pancia della Barbie? il feto cresciuto? Mi inquieto.
2. Se la Barbie incinta (Madge, in realtà) fa tanto schifo, perchè su Amazon la vendono a un prezzo compreso tra i 350 e i 750 dollari come prodotto raro, ai collezionisti di Barbie? Così come tra i tanti commenti schifati alle Barbie incinte, autentiche o fake, si intervallano le richieste di acquisto dei collezionisti di Barbie, incuranti – da fan – delle controversie generate dal prodotto.

Segnalo il video di Mike Mozart dedicato alla Barbie incinta, della serie giocattoli fallimentari.

il narratore e i media

Sono rimasta incollata al racconto di Roberto Saviano ieri sera da Fazio. Tante cose si potrebbero dire, così come tanti sentimenti diversi le sue parole, credo, facciano sentire.
Saviano ha fatto una lezione magistrale sulla realtà dei mass media, mostrando come la stampa locale, del territorio della camorra, costruisce la realtà delle vittime di camorra, dei capi di camorra, delle vittime “giustiziate”, infangate e la realtà dei boss mitizzati. I media che usano lo stesso linguaggio della camorra.
Saviano è un narratore, secondo me. Come mi suggerivano gli studenti di giornalismo di Urbino, alcuni. Concordo.
Ma Saviano narra vicende al centro del lavoro dei giornalisti, pur non essendo, credo, un giornalista. Allora perchè accanto a Saviano ci stavano ieri Grossman e Auster, e non tanti giornalisti italiani? Non tanto fisicamente, non serve. Ma almeno spiritualmente, professionalmente, sarebbe molto bello.
Speriamo nelle prossime puntate.

tre

inizia il terzo anno di questo blog, ormai le fasce si sono consumate, servono vestiti da bambini grandi ;)

yo que soy americano/a

C’era una volta un cantautore americano, che scriveva ballate, e c’era una volta una canzone, intitolata This land is your land: questa terrà è la tua terra.

This land is your land, this land is my land
From California, to the New York Island
From the redwood forest, to the gulf stream waters
This land was made for you and me

C’era una volta la crisi del 1929, le file di disoccupati davanti agli uffici di collocamento, c’era una volta Woody Guthrie che, indignato dello stato di vita degli americani, dei più deboli e colpiti dalla crisi, negli anni ‘40 scriveva questa canzone e queste strofe.
C’era una volta una strofa di questa canzone, che fu cancellata. Rimossa e dimenticata. Perchè osava ricordare cose che andavano dimenticate.

As I was walkin’ – I saw a sign there
And that sign said – no tress passin’
But on the other side …. it didn’t say nothin!
Now that side was made for you and me!
*

C’è oggi un vecchio cantante folk americano, un più giovane cantante rock americano e un ancora più giovane Presidente americano e questa strofa è stata nuovamente ricordata, e cantata ad alta voce al Lincoln Memorial, di fronte a migliaia di “you and me”.

In una terra in cui i governanti, di fronte alla crisi e alla sofferenza che la crisi annuncia alla gente reale, pensa soltanto di incatenare tramvieri ai loro sedili, alunni delle elementari ai loro seggiolini, tentando di far dimenticare a tutti la strofa più importante della canzone, io sogno di essere americana. No importa de que pais.

*Nelle piazze della citta
all’ombra del campanile
all’ufficio di collocamento
ho visto la mia gente
Mentre stavano lì affamati
io mi domandavo
se questa terra fosse fatta per te e per me.

E mentre camminavo
un cartello mi fermò
c’era scritto: “proprietà privata”.
Ma dall’altro lato
non c’era scritto nulla.
Questo lato è stato fatto per te e per me.

(traduzione e altri approfondimenti qui.

lingue ancestrali

A Parigi è in corso una non tanto bella mostra dal bellissimo titolo e su un affascinante tema: Terre natale. Ailleurs commence ici (Terra natale. L’altrove comincia qui). A cura del filosofo Paul Virilio e del fotografo Raymond Depardon.
Sono andata perché il decennale lavoro fotografico di Depardon sulla cultura rurale francese, sui paysans, mi affascina molto, e ha creato aspettative che sono state abbondantemente deluse.
La precedente mostra di Virilio, sempre alla Fondazione Cartier nel 2003, era stata un’esperienza significativa, nulla a che fare con questa seconda.
Terre natale si articola su tre lavori, due di Depardon -Donner la parole e Tour du monde en 14 jours - e uno di Virilio insieme a un collettivo di artisti. Parlo solo di Depardon, che è quello che mi ha irritato di più, sperando di ricordare le parole adatte a descrivere il mio disappunto. In Donner la parole Depardon ha costruito una serie di video dedicati a lingue in via di scomparsa, a causa della progressiva scomparsa dei popoli in cui sono incarnate: lingua quecha e mapuche degli indios del contintente sudamericano, ma anche lo stesso patois del sud della Francia. L’idea mi pareva fantastica – il tema sarebbe il radicamento nella lingua -, ma ne risulta uno sguardo osceno su mondi in via di scomparsa. Resta il valore delle parole (comprensibili dai sottotitoli) degli indios, dei contadini, degli isolani, che ci fanno capire come queste lingue ancestrali radicate alla terra non siano solo un patrimonio folclorico, ma un patrimonio di significati, sono le parole di un senso della vita che non si può esprimere altrimenti. E che scomparirà con i loro ultimi parlanti.

Inventario 2

tra le cose che mi ha lasciato mia mamma, ci sono alcune ricette. non tante, ma molto preziose.
le più preziose non erano scritte, si andava a memoria, a occhio e naso, per ogni ingrediente quanto basta e nel momento giusto. si cuoceva finché non era pronto.
fortunatamente mi sono messa di pazienza, e me le sono fatte scrivere. visto che si continuava a non capirci niente, me le sono fatte dettare, e aggiungevo le mie note nei punti più oscuri, sollecitando chiarimenti e precisazioni. il risultato è una decina di ricette di famiglia abbastanza affidabili nella descrizione, ma che non riuscirei a fare se non avessi assistito tante volte alla loro preparazione, spesso come lavorio in sottofondo a cui non prestavo particolare attenzione cosciente. se non conoscessi gli odori e i sapori. se non li sapessi riconoscere, quanto basta e al momento giusto.
oggi ho preparato la salsa verde cotta per il bollito, e pur avendo seguito alla lettera le istruzioni scritte e riscritte, ho dovuto annusare la pentola per capire se tutto andava bene. se gli ingredienti erano nella quantità giusta, e passate due ore di cottura prescritte dovrò usare tutti i sensi per capire se anche stavolta è andata bene.

oggi è la vigilia di Natale, vi regalo una delle ricette più preziose: il budino di riso della nonna Medea, classe 1908. era il budino di Natale per eccellenza, perchè veramente molto ricco, molto buono e molto laborioso, e difficile da far venire ad arte. non mi ci sono ancora attentata, io. forse il prossimo Natale.

Budino di riso
Ingredienti
1 litro di latte
1 etto di riso
1 e 1/2 di zucchero
1 e 1/2 di zucchero (per il caramello dello stampo)
3 uova
scorza di limone grattugiato

Mettere il riso a bagno per mezzora. Bollire il latte con metà zucchero e (il) limone grattugiato. Schiacciare il riso, farlo bollire con il latte. Quando il riso è cotto farlo raffreddare. Sbattere le uova, aggiungerlo nel riso e caramellare lo stampo. Mettere a bagno maria. Farlo bollire per 3 ore. (Nota mia: 1 ora e 30 sul fornello e 1 ora e 30 in forno).

Buon Natale

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questo è il mio blog, in cui scrivo delle COSE che mi toccano e, attraverso di loro, della memoria e della comunicazione. Roberta Bartoletti

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