


Berlin 1990 (c) Fabio Fornasari
memorie in movimento
Pubblicato Novembre 1, 2009 Ostalgia , Uncategorized Lascia un commentoTags: ddr, Festival dei popoli, muro Berlino
“Ho l’impressione che si riduca la Ddr sempre più a pochi marchi di prodotti e ad alcuni standard di interpretazione. La situazione era molto più complessa”. Per andare oltre questa immagine stereotipata della ex Germania Orientale sarebbe bello andare a vedere i documentari di Thomas Heise al Festival dei Popoli di Firenze, dove viene presentata tutta l’opera del regista che ha lavorato soprattutto nel teatro (con Heiner Mueller) durante al vita della Ddr, data la censura continua a cui sono stati sottoposti i suoi documentari. In Material (2009), che ha già vinto il Gran Premio al Fid Marseille, racconta la storia tedesca poco prima della caduta del muro.
In attesa del ventennale.
Mi pare sia passata inosservata la partita di calcio tra le nazionali dell’Armenia e della Turchia, che si è tenuta a Instanbul il 14 ottobre scorso. Partita di ritorno di un’ugualmente memorabile partita di andata a Yerevan, l’anno scorso.
Il governo turco continua, dopo quasi un secolo, a negare il genocidio armeno. Semmai si trattò di pulizia etnica, dicono alcuni. Questa partita non è una partita qualunque, tanto che ha suscitato proteste di alcuni armeni, che vi hanno visto un segno di resa. Ma forse è l’inizio di una nuova fase nei rapporti tra i due paesi. Che qualche giorno fa hanno siglato un accordo nella civilissima Zurigo.
Sul genocidio armeno è stato realizzato un museo nella capitale armena, che ha faticosamente raccolto pezzi di storie dimenticate. Dopo il viaggio in Armenia ho voluto rivedere il film Ararat di Egoyan dedicato al genocidio, con il franco-armeno Aznavour come protagonista, che ha confermato la difficoltà di raccontare senza retorica una tragedia così immensa. Ora mi guarderò il film di Guédiguian, armeno-marsigliese, mai distribuito in Italia: Voyage en Arménie.

il monte Ararat visto dall’Armenia
usi (im)propri delle Barbie (o no)
Pubblicato Settembre 30, 2009 oggetti di consumo Lascia un commentosuggerimenti dalla moda londinese (qui)
potrebbe accadere un giorno, che qualcuno vi telefona e vi dice che non vi potete più chiamare Roberta perchè una sedicente organizzazione ha registrato il marchio “Roberta”, per chiamare così una sua iniziativa. Ma Roberta è un nome, non un marchio. Possiamo depositare e sottrarre agli altri le parole con cui diamo senso e ordine alla nostra vita nel mondo?
Se depositavo il nome “Roberta” negli anni Ottanta, magari potevo impedire un suo uso commerciale? Tutela a senso unico. Misteri del copy right, che in queste derive non mi pare nè giusto nè destro.
Ricordando Izzo e Marseille a file urbani. ora. Con du pain e du vin.
(scaricabile qui tra un po’)
Per leggere i risultati della mia ricerca sulla vera vita della Barbie in rete (per non parlare degli altri saggi, tutti dei colleghi LaRiCA).
Pretesto, per me, per riflettere sullo statuto attuale delle tattiche dei consumatori nell’epoca del social web, con uno sguardo attento alla profonda lezione di de Certeau. Indimenticabile.
Per riflettere sul senso delle Barbie mostrate, frullate, vestite, decapitate, unicizzate, cyborghizzate…. nelle pratiche degli utenti della rete. Creativi, giocosi e critici. Fieri.
Il libro non sarà perfetto, ma mi pare un ottimo strumento di scoperta e di pensiero sulla stagione pop(olare) della rete in cui chi (eventualmente) mi legge sta immerso. E anche gli altri, magari in modo meno conscio.
Colgo l’occasione per ringraziare le amiche della rete che hanno letto in anticipo e dato consigli e suggerimenti, in questo caso Laura D. e Adriana G. e le utenti e gli utenti di Flickr che mi hanno permesso di riflettere con le loro immagini e creazioni: Seneshal of Avalon, , Idrusa Ooak, Macinino Magico, Toypincher, Mario Caicedo Langer, Sabine, YetAnotherLisa, Mymsie, Lisascenic, Sagespot, Valaris, Calicogem© e i mille altri/e che qui non posso ricordare tutti.
memoria breve e investimenti di lungo periodo
Pubblicato Settembre 23, 2009 Resistenza Lascia un commentoche i nostri governanti abbiano qualche problema con la memoria lo sospettavamo, diciamo che lo sapevamo veh.
Faccio discorsi che a volte paiono ideologici, generici, astratti. Allora ringrazio un amico economista che dall’alto della sua autorevolezza – se volete conferme cercate il suo nome su wikipedia – è intervenuto alla Radio Svizzera con un articolo letto e scaricabile da lunedì 21 settembre come podcast qui.
La notizia è che la Svizzera ha superato gli Stati Uniti nella classifica dell’indice della competitività globale. Che ci interessa della Svizzera, direte voi (forse).
Guardando le componenti dell’indice, capiamo che tra i punti forti alla base della competitività svizzera ci sono l’alta qualità dell’educazione e la solidità delle istituzioni. Questo indice in generale ci dice dell’importanza delle politiche di investimento con un occhio al lungo periodo, da fare soprattutto in tempi di crisi. Ci sono tempi di semina e tempi di raccolto. L’Italia occupa oggi il 48esimo posto della classifica relativa all’indice di competitività globale, e sta dietro a paesi ben più poveri come Tunisia ed Estonia, per non parlare della Cina, tanto per fare un paio di esempi. Questa misera posizione è motivata tra l’altro dalla bassa propensione all’innovazione e dalla scarsa qualità del sistema educativo, dagli scarsi investimenti in formazione di capitale umano, cruciale per lo sviluppo e l’innovazione di un paese, oltre che da altri fattori che l’economista non dimentica di sottolineare.
In tempi che dovrebbero essere di semina, in tempi di crisi in cui si dovrebbero fare gli investimenti di lungo periodo, i nostri ministri tagliano non solo gli investimenti, ma anche le spese correnti dedicate all’educazione.
E il ministro Tremonti chiede agli economisti di tacere un anno o due. Ma non era economista pure lui?
Ecco perchè invece che ascoltare Tremonti, preferisco farvi ascoltare Zilibotti. Sarebbe meglio che fosse andato all’estero il primo anzichè il secondo, ma evidentemente questo non è un posto per cervelli che ragionano, ma di ministri che parlano chiedendo agli altri di tacere.
Belgrado a file urbani. ora.
(scaricabile qui tra un po’)
la parola “primo giorno di scuola” evoca in me ricordi un po’ tristini. era buio (ai miei tempi si cominciava in ottobre, mi pare) e non era una gran divertimento. ci andavo a piedi, girando intorno a un isolato. il cortile era tutto asfaltato, e bisognava aspettare l’estate per sentire il profumo dei tigli. avevamo il grembiulino, ma anche no. la disciplina non passava più per la stoffa, era più che altro un problema di protezione dallo sporco e dalle sbucciature.
mai avrei pensato che da adulta l’espressione “primo giorno di scuola” mi avrebbe depresso più di quanto mi accadeva da bambina. e non è certo colpa dei ricordi sfuocati dell’infanzia.
sono un po’ pigra, faccio un post solo di figure… o quasi.
al ritorno da Yerevan, dal congresso dell’Iss, ho pensato al mondo dei consumi armeni, pieno di contrasti, dal vino locale venduto in bottiglie di plastica sotto al sole lungo strade dimenticate da dio ma all’ombra del mitico monte Ararat, ai negozi di griffe europee incastonate con le loro vetrine chic in cornici di marmo in edifici in stile sovietico fatiscenti. dai mercati alimentari che ricordano i retrobottega dei fruttivendoli italiani degli anni Settanta ai taxi ricavati da vecchie auto sovietiche affiancati da fiumi di Suv con i vetri oscurati. ecc ecc.
pesci d’acqua dolce che sembrano mostri marini e fresche erbette da avvolgere in pani piatti che sembrano piadine…
qualche traccia visiva nelle immagini di una fotografa pigra e timida, che ha dimenticato di fissare digitalmente tante cose viste, che comunque continua a ricordare…

Altre fotografie come questa su Forum giovani sociologi








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