la memoria della memoria

a cosa serve la giornata della memoria? a ricordare cosa? a ricordare di ricordare?
La giornata della memoria è una data europea, e come giorno è stato scelto quel 27 gennaio in cui vennero aperti i cancelli del campo di concentramento di Auschwitz, il giorno della liberazione del campo, della scoperta ufficiale e definitiva, della conta dei morti e dei sopravvissuti…
Oggi sul Manifesto si ricorda che forse la scelta della data implica un rischio, non solo quello di risolversi in una ulteriore commemorazione. A volte si commemora per dimenticare. In questo caso per dimenticare, o meglio rimuovere, le origini e l’inizio, ossia proprio quello che bisognerebbe ricordare per evitare che accada di nuovo. L’origine del nazifascismo, l’origine e le radici del razzismo. La giornata della memoria dovrebbe ricordarci di ricordare la storia (di studiarla), in modo da essere pronti, maggiormente pronti per il futuro.
Forse oltre a ricordare la liberazione del campo di Auscchwitz, sarebbe allora bene ricordare come tutto è cominciato, come è stato possibile. Per rintracciarne eventual tracce nefaste nel presente.

la morte dell’inconscio

Può sembrare una notizia tragica. secondo me comunque è qualcosa di cui preoccuparsi.
Così come qualcuno afferma che la coscienza, per come la conosciamo noi moderni, non è sempre esistita ma è comparsa come risultato dell’evoluzione della mente umana nel suo rapporto con il mondo, così l’inconscio, “scoperto” all’inizio del Novecento, potrebbe un giorno eclissarsi.
Di questo se ho ben capito scrive Massimo Recalcati nel suo ultimo libro, che mi consiglio.

julie

Sarà presto disponibile il nuovo libro di Giuliano Piazzi, Julie (Edizioni Quattroventi, Urbino 2009). Dopo e oltre Il Principe di Casador (prima edizione 1999).
L’immagine di copertina è il risultato dell’incontro tra Julie e la sensibilità di Annamaria Chiavelli.

il velo degli altri

Torno su un tema a me caro, la costruzione culturale del femminile, a partire da un caso montato intorno a un oggetto di consumo.
L’estate scorsa, in un comune alla periferia di Parigi, a una giovane donna musulmana è stato vietato l’accesso in piscina perchè voleva fare il bagno in burkini, il costume da bagno islamico. La ragazza aveva acquistato il burkini a Dubai perchè pensava le consentisse di fare il bagno senza doversi scoprire troppo, nel rispetto dei precetti islamici. Per il gestore della piscina si tratterebbe di un “problema di igiene” (Mary Douglas potrebbe dirci qualcosa al riguardo, e ce l’ha detto), mentre per la ragazza si tratta di una forma di discriminazione, contro la quale pare intenzionata a lottare.
In Olanda, dove un anno fa è accaduto un caso simile a quello francese, il governo ha deciso di non vietare questi costumi integrali, mentre in Svezia alcuni stabilimenti li propongono in affitto, riporta Repubblica.

Il clamore intorno al burkini risuona di altre controversie: in Francia un gruppo di parlamentari si era da poco schierato contro l’uso del burka nel territorio nazionale, ed è di pochi giorni fa il referendum svizzero sul divieto di costruire minareti. In generale notiamo quindi vari segnali di disagio verso i simboli islamici che abitano l’Occidente.
Ma torniamo al burkini: marchio inventato circa due anni fa, si tratta di un costume in tre pezzi che copre capo e corpo, e dal nome possiamo pensare al sostituto di un bikini per donne che portano l’abito tradizionale islamico, e che desiderano un abbigliamento conforme anche per la spiaggia e il bagno. L’unione delle parole burka e bikini non pare particolarmente felice, soprattutto in Occidente dove la parola burka evoca il peggio possibile sull’immagine della donna nel mondo islamico. Giuliana Sgrena commentando un caso di controversia sul burkini a Verona, ricorda le classiche domande che ci si può fare al riguardo.
Se ci concentriamo sull’oggetto, notiamo un esempio di creatività del mercato, che ha inventato il costume da bagno islamico che prima non c’era. L’alternativa era fare il bagno vestite. Ricordo i racconti di mia madre, che faceva il bagno in castigatissimo costume intero con la sua cugina nel mare della Calabria degli anni ‘50. Le donne locali, che entravano in mare vestite, le guardavano e le pensavano in molto malo modo.
Da questa prospettiva, molto ristretta, meglio il burkini del burka, se permette di muoversi meglio in acqua. Il burkini consente di segnare una differenza tra il vestito da città e il vestito da mare, sempre nei confini della tradizione islamica (o presunta tale, visto che il Corano non si occupa precisamente di vestiti). E’ un’apertura alla varietà e alla moda (il burkini si presenta in tante versioni colorate o no, con tratti fashion) nel rispetto della tradizione islamica (bel paradosso). Il burkini risponde quindi ad esigenze di una nicchia (non tanto piccola) di consumatori. E’ una ulteriore conquista del mercato.

Se poi ci vogliamo interrogare sulla costruzione del femminile e del suo corpo, sarebbe interessante una bella analisi comparata del burka e del bikini, che sempre più si vede non nelle spiagge ma in televisione.

memorie da demolire

Sembra che alla lista degli edifici destinati a scomparire si aggiunga la casa degli artisti di Mosca, che attualmente ospita la collezione del Novecento della galleria Tretjakov. Ne scrive Astrit Dakli qui.
La storia non è certo nuova, l’edificio non è certo tra i più belli e tanti altri hanno conosciuto a Mosca analogo destino – ma si distrugge per far posto al nuovo, di solito. Qui il nuovo ancora pare non esistere, se non nella forma generica di un interesse economico.
Ricordo l’aura un po’ polverosa da vestigia sovietica dell’atrio della casa degli artisti, cancellata ben presto dalla meraviglia per le opere che contiene. Che esistono davvero, sono lì, e rischiano uno sfratto prima di aver trovato nuovo asilo. mah.
è il mercato, bellezza.


vedute impossibili: San Salvatore, Cremlino e Moscova attraverso le finestre dell’hotel Russja (già demolito)

ah dimenticavo

il viola porta bene. a me è sempre piaciuto.

rituali di passaggio

Sto scrivendo sui rituali di consumo, e ragionando sui nuovi passaggi della nostra vita nel mondo attuale, e sulla mancanza (ancora) di adeguati riti di passaggio che li accompagnino e permettano di elaborare il dramma.
Leggo oggi che a inizio novembre a Parigi c’è stato il primo Salone del divorzio (della separazione e della vedovanza), con supporti relativi al prima, durante e dopo. Implicitamente si riconosce un passaggio, e implicitamente si individuano molteplici elementi del rito: compresa la chirurgia estetica per innescare un nuovo inizio. Molteplci rituali di consumo, insomma.

rituali di consumo

Corso di sociologia dei consumi, 25 novembre 2009

archetipi nella nebbia

“Un dettaglio ma abbastanza curioso da giustificare i flash dei fotografi che per una volta privilegiano la forma piuttosto che la sostanza. Sul tappeto rosso di Venezia sfila infatti la bella Michelle Ye, avvenente attrice cinese protagonista di “Accident”. Ma più che la bellezza potè la scarpa. Il sandalo pitonato con tacco a forma di donna nuda non poteva sfuggire.” (da Repubblica)

“VENEZIA – La più originale è stata lei: Michelle Ye, l’ attrice cinese di Accident di Soi Cheang (thriller psicologico che gioca sulle leggi del caso) ieri in concorso. Si è presentata con un sandalo pitonato con tacco curioso: una scultura raffigurante una donna formosa e nuda.” (dal Corriere)

Quello che a me non può sfuggire (e non è sfuggito a Fabio che mi ha segnalato il caso), è che i giornalisti che hanno riportato senza neanche pensare l’Ansa pensano che a reggere l’attrice cinese in questione sia una donna nuda, se va bene una donna nuda cicciona (che geni quelli del Corriere, che notano la formosità della donna, ma non vanno oltre le questioni di forma).
Razza di scimuniti, a reggere l’attrice cinese è l’archetipo del femminile, materializzato in una superclassica forma della Venere del paleolitico di cui abbiamo visto migliaia di immagini. Oppure no, essere esposti alle immagini non significa per forza vederle. Sicuramente non basta a riconoscerle.

Non che serva fare pellegrinaggi per l’Europa, per vederle raffigurate o dal vivo, trasformate persino in souvenir. Basta andare su wikipedia. O chiudere gli occhi e cercare in qualche meandro della nostra memoria ancestrale. O no?

Questa è la più famosa, e non l’ho mai vista dal vivo. Non ancora.
La Venere di Willendorf. 24-26.000 anni fa.

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Berlin 1990 (c) Fabio Fornasari

memorie in movimento

“Ho l’impressione che si riduca la Ddr sempre più a pochi marchi di prodotti e ad alcuni standard di interpretazione. La situazione era molto più complessa”. Per andare oltre questa immagine stereotipata della ex Germania Orientale sarebbe bello andare a vedere i documentari di Thomas Heise al Festival dei Popoli di Firenze, dove viene presentata tutta l’opera del regista che ha lavorato soprattutto nel teatro (con Heiner Mueller) durante al vita della Ddr, data la censura continua a cui sono stati sottoposti i suoi documentari. In Material (2009), che ha già vinto il Gran Premio al Fid Marseille, racconta la storia tedesca poco prima della caduta del muro.
In attesa del ventennale.

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memoria e calcio armeno

Mi pare sia passata inosservata la partita di calcio tra le nazionali dell’Armenia e della Turchia, che si è tenuta a Instanbul il 14 ottobre scorso. Partita di ritorno di un’ugualmente memorabile partita di andata a Yerevan, l’anno scorso.
Il governo turco continua, dopo quasi un secolo, a negare il genocidio armeno. Semmai si trattò di pulizia etnica, dicono alcuni. Questa partita non è una partita qualunque, tanto che ha suscitato proteste di alcuni armeni, che vi hanno visto un segno di resa. Ma forse è l’inizio di una nuova fase nei rapporti tra i due paesi. Che qualche giorno fa hanno siglato un accordo nella civilissima Zurigo.
Sul genocidio armeno è stato realizzato un museo nella capitale armena, che ha faticosamente raccolto pezzi di storie dimenticate. Dopo il viaggio in Armenia ho voluto rivedere il film Ararat di Egoyan dedicato al genocidio, con il franco-armeno Aznavour come protagonista, che ha confermato la difficoltà di raccontare senza retorica una tragedia così immensa. Ora mi guarderò il film di Guédiguian, armeno-marsigliese, mai distribuito in Italia: Voyage en Arménie.

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il monte Ararat visto dall’Armenia

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questo è il mio blog, in cui scrivo delle COSE che mi toccano e, attraverso di loro, della memoria e della comunicazione. Roberta Bartoletti
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