Archivio per giugno 2007

la memoria delle pietre

che la memoria ha a che fare con il potere, ce ne siamo già accorti. ci sono memorie che contano poco, nulla. altre che invece… la memoria ha a che fare anche con il capitale, diciamolo chiaramente, che è una forma attuale del potere. credo la maggiore.
quante possibilità pensate abbia oggi la memoria delle pietre? pietre che ricordano da quasi 30.000 anni. pietre mute, o meglio silenziose, che custodiscono una memoria ancestrale, che fino a poco tempo fa oltre che nella pietra era custodita nei corpi, nei miti degli aborigeni. adesso custodita ormai solo dalle pietre.
Marinella Correggia ci parla oggi, dalle pagine di Alias, della distruzione della memoria delle pietre che costituiscono il più importante sito di petroglifici del nostro pianeta, nella penisola di Burrup e nell’arcipelago di Dampier (Australia Occidentale). Se andate su wikipedia, trovate che Dampier è un importante porto industriale dell’Australia. A me viene in mente Bagnoli, chissà perchè nei posti più belli e ricchi di storia e cultura si vanno a impiantare gli insediamenti più inquinanti e invasivi.

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Alcune località a Burrup sono state dichiarate Luoghi protetti dall’Aboriginal Heritage Act (1972-1980) e alcune sono state inserite o candidate al Register of the National Estate australiano, ma si tratta di interventi frammentari, che non tutelano la memoria delle pietre di Burrup. E prima e dopo il 1972, non è dato sapere quanto di quel patrimonio, non censito, sia già andato distrutto, si legge sul sito dell’associazione che ha promosso una campagna per salvare le pietre di Burrup. Che fanno parte dei siti a rischio di distruzione secondo quanto ha rilevato l’ong National Trust of Australia nel 2004. E’ l’unico sito australiano in pericolo nella rilevazione del 2008 del World Monuments Fund (lo è dal 2004).
Ma queste pietre fanno parte o no della memoria dell’Australia? Fanno parte o no della memoria del mondo? No. Forse. Non ancora. L’arcipelago di Dampier è ancora in attesa di essere inserito nel National Heritage Register da tempo (dovrebbe avvenire a giorni, dicono), e non fa ancora parte dei siti dichiarati patrimonio dell’umanità dall’Unesco, pur soddisfacendone tutti i requisiti.
Per rinfrescare la memoria a questi smemorati, nel mondo appaiono e scompaiono mobilitazioni auto-organizzate attraverso il sito di stand up for the burrup, la n. 51 è stata il 24 giugno scorso a Milano (la seconda fatta in Italia), la prossima europea sarà in Francia il 22 luglio, ad Airvault, alle 13:45, al locale Festival dei sogni aborigeni. Che tentazione.

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gli oggetti personali dei passeggeri del volo IH 870

Oggi è stato inaugurato il Museo della memoria di Ustica, a Bologna. Con tanto di sindaco e ministro. Ustica è un piccolo frammento di una storia più grande, oscura e inquietante. Per questo, credo, molto importante (anche per questo). A Bologna lo sappiamo bene, dovremmo saperlo. Dobbiamo ricordarlo.
Finalmente ho visto l’opera di Boltanski, che rimane come allestimento permanente ed è visitabile fino al 16 luglio da martedì a domenica dalle 10 ale 18 (il giovedì fino alle 24). Dal 16 luglio al 16 settembre solo il fine settimana, dalle 10 alle 18 (Via di Saliceto n. 5).

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foto mia

L’aero, il Dc9 dell’Itavia, ricostruito come nell’hangar da cui proviene, è un po’ sacrificato nello spazio del museo, i visitatori possono camminargli intorno, e ascoltare i pensieri ad alta voce dei passeggeri, che provengono dai pannelli neri appesi alle pareti. La gente si avvicina con l’orecchio, per ascoltare, per sentire meglio. A fianco dell’aereo, delle scatole nere un po’ funeree contengono gli oggetti ritrovati. Gli oggetti non sono visibili, le scatole sono opache, intrasparenti. Nel libro, consegnato a tutti i visitatori all’entrata, sono stati fotografati, catalogati per tipo: borse, abiti, biancheria, scarpe, oggetti personali… A questi oggetti, e alla loro catalogazione, è dedicato il breve testo di Beppe Sebaste: “Le cose, testimonianze della vita delle persone. Gli oggetti sono tracce. Segni di una presenza. Impronte. Gli utensili, il valore d’uso delle cose. …. La memoria degli oggetti. Quella degli abiti, che raccontano la storia – la forma – dei corpi. La sopravvivenza delle cose. La spettralità delle cose. …”
L’aereo e gli oggetti ritrovati sono stati sottratti alla polvere dell’hangar, dove rischiavano di dissolversi nel nulla. E’ come se ora avessero avuto degna sepoltura, l’aereo e le cose. E con loro, anche i passeggeri. Per questo ho trovato molto naturale che l’inaugurazione si concludesse con una benedizione.

che cosa resta di Ustica?

Vestiti recuperati e scarpe, e la carcassa ricostruita di un aereo. Oggetti. Oggetti ri-trovati. Ri-pescati. Ecco quel che resta, delle 81 vittime del Dc9 dell’Itavia abbattuto sui cieli di Ustica 27 anni fa, durante un’azione militare (più di così non ci è consentito sapere, ancora una volta).
L’areo: ricostruito per le indagini in due ripescaggi 3500 metri sotto il mare, è stato riportato a Bologna, dal cui aeroporto era decollato. Il museo della memoria di Ustica che ora lo accoglie inaugurerà finalmente mercoledì 27 giugno, alle 17,30 – come ho anticipato qui. Fa strano, che un reperto di un’indagine giudiziaria, peraltro conclusa fino a un certo punto, possa finire in un museo. “Non potevamo pensare che, finito l’utilizzo giudiziario tutto fosse gettato via. Quell’aereo è l’ultimo luogo che i nostri cari hanno visto e toccato. Era ed è un simbolo della nostra battaglia per la verità”, chiarisce Daria Bonfietti, presidente dell’Associazione dei familiari delle vittime della strage di Ustica, in un’intervista al quotidiano gratuito il Bologna, che ha seguito con grande attenzione questa vicenda.
L’aereo (quel che ne resta, ossia oltre 2000 frammenti ricomposti in forma di aereo) è stato così calato dal cielo nei ristrutturati stabili industriali ottocenteschi, un tempo deposito dell’azienda dei trasporti locali. Oltre all’aereo, e all’intervento di Boltanski, documenti d’archivio e testimonianze fotografiche. E oggetti ritrovati: durante i lavori di allestimento, Boltanski ha visitato i depositi in cui erano conservate le scatole di cartone che contenevano gli oggetti recuperati appartenuti ai passeggeri: Beppe Sebaste sul Venerdì di Repubblica ricorda che “l’artista, turbato, volle subito richiuderle: troppa vita, e troppo nuda; troppa sensibilità in quegli oggetti che occorreva, al contrario, sottrarre allo sguardo, non confondere con la profanazione della finzione e dell’arte”.

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Mi riservo di andare a vedere prima di continuare a raccontare cosa ne è stato di questi oggetti, e di raccontare la mia visione di questo museo della memoria. Il museo si trova nel parco Zucca, informazione utile per chi è di Bologna, come me. Alla Bolognina, storico quartiere operaio della città. All’inizio di via Saliceto, non avete più scuse per non venire. Io ci vado, è oltre un mese che aspetto.

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che cosa resta, foto di roberta bartoletti, 24 giugno 2007

dimenticare l’Iraq

Pensavo che a Londra avrei trovato molti libri sulla fotografia contemporanea. Forse avevo troppo poco tempo. Nella libreria della Serpentine ho trovato finalmente una rivista dedicata alla fotografia contemporanea inglese, che mi sono portata a casa. Sfogliandola ho visto un articolo dedicato a un videoartista che apprezzo molto, Steve McQueen, e al suo lavoro recente intitolato Queen and Country.
Si legge nella recensione che l’artista non ha concepito quest’opera come un memoriale dedicato ai soldati inglesi caduti in Iraq: si tratta di un’opera d’artista, che ha a che fare con la politica della rappresentazione, della memoria, e anche dell’oblio. Soprattutto le reazioni seguite all’apertura della mostra alla Central Library di Manchester (in febbraio) hanno rivelato il rimosso, come è stato scritto sulla stampa inglese e americana. L’ostruzionismo del ministero della Difesa inglese, ostile alla realizzazione dell’opera, ha rivelato l’esistenza di una memoria culturale ufficiale sulla guerra in Iraq che non poteva confrontarsi con la concretezza dei volti degli oltre 100 soldati inglesi caduti. McQueen ha contattato 115 famiglie, di queste 102 hanno risposto e 98 hanno collaborato con l’artista selezionando una immagine privata dei loro cari caduti in guerra (donne e uomini). Ognuna di queste immagini è stata trasformata in un francobollo: l’opera consiste in 98 fogli (inseriti in 49 pannelli estraibili, in sequenza per data di morte) dove ognuna di queste immagini è ripetuta 168 volte.

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Caporale Benjamin Hyde, morto il 24 giugno 2003 all’età di 23 anni

Si tratta di immagini private e intime (a colori), che oggettivano una memoria collettiva viva, scomoda per la memoria ufficiale dello Stato. In ogni francobollo, in alto a destra, il profilo della regina. Ancora una volta la carta e non il marmo o la pietra, un’immagine privata, intima e concreta che si contrappone a una rappresentazione astratta, collettiva e generalizzata: della guerra, delle sue conseguenze concrete.

Queen and Country, visibile alla Central Library di Manchester fino al 14 luglio, da fine mese si sposterà all’Imperial War Museum di Londra, che ha co-commissionato l’opera all’artista insieme al Manchester International Festival.

verso sud/consumo e memoria

Non ho abbandonato il blog, semplicemente non sono mai riuscita a scrivere in questi giorni, causa le girovagazioni per convegni.
Ieri ho seguito i lavori del convegno su Media, memoria e discorso pubblico alla Facoltà di Sociologia dell’Università di Napoli. Ho partecipato al workshop coordinato da Roberta Paltrinieri ed Emanuela Mora sui consumi come media nella costruzione dell’arena pubblica, con una relazione su Consumi di memoria, identità e discorso pubblico: il caso esemplare dell’Ostalgia, il cui abstract è scaricabile insieme agli altri qui. Dalle relazioni ed esplicitamente dal dibattito che è seguito (a cui ha contribuito anche Alberto Marinelli) è emerso chiaramente come il consumo possa e debba essere considerato una pratica dal basso, che produce senso, senso che non può essere confinato a quella che tradizionalmente è stata definita la sfera privata, come grandi antropologi come Mary Douglas ci hanno (fra gli altri) insegnato.


foto di roberta bartoletti

Il rapporto tra consumo e memoria dalla prospettiva dei singoli può infatti essere osservato in questo modo. Nel caso della Ostalgia, lo sguardo nostalgico dei tedeschi orientali verso gli oggetti della loro vita quotidiana nella Ddr esprime una memoria collettiva in dissonanza con la memoria culturale ufficiale della Germania riunificata e delle sue istituzioni, politiche e culturali. Supportate dal mercato e dai media, queste memorie individuali e collettive dal basso chiedono, attraverso gli oggetti e le pratiche di consumo, di essere riconosciute, ascoltate e rispettate.

PS: lo sapevate che il sindaco attuale di Napoli (donna) ha voluto un Assessorato alla Memoria della città? Si occupa di archivi e dell’identità della città.

verso nord/tourism and memory

Vado a un convegno. Al 6th International Symposium on Aspects of Tourism, organizzato dall’Università di Brighton, dal titolo Gazing, glancing, glimpsing: Tourists and Tourism in a visual world, che si tiene a Eastbourne (East Sussex, UK) dal 13 al 15 giugno 2007. La mia relazione è su cose in parte note ai lettori del blog: Tourism of memory: the marketing of nostalgia. The case histories of Heidiland and East Germany. Spero di trovare una connessione là, non solo per il blog. Anche per il blog, non posso mica abbandonarlo così. Ho visto almeno un paio di altre relazioni che possono essermi utili, vediamo.

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Eastbourne, foto di roberta bartoletti

Aggiornamento del 18 giugno: causa prese bislacche e connessioni internet costosissime (cause perversamente alternate) non sono riuscita a scrivere almeno tre post durante il viaggio. Malgrado volo cancellato da Londra (British Airways) e 8 ore di stazionamento in aereoporto sono tornata, e forse ora ce la posso fare a scriverli, ma non so quando perchè il viaggio continua…

la memoria dei media

Un programma di successo alla televisione argentina in questo momento è il Gran Hermano Famosos, che è cominciato appena terminato il gran hermano. Qualche giorno fa un amico mi ha scritto per raccontarmi che un concorrente – tale Nino Dolce, una star televisiva locale – è stato squalificato per avere accusato un altro partecipante al gioco di essere stato coinvolto nelle torture ai desaparecidos ai tempi del regime militare. Mentre la puntata del programma pomeridiana ha prodotto una serie di documenti che discolpavano il concorrente accusato, provenienti direttamente dal ministero dell’interno. Il mio amico si lamentava della qualità infima del programma e della televisione argentina in generale, ma soprattutto era irritato dal blasfemo mescolamento di sacro e profano. “Mi sembrava giusto comunicartelo, non so perchè”.

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Un perchè l’ho trovato io. Il comportamento dei media è abbastanza prevedibile (tutto quello che fa audience, i selettori tipici ecc.). Ma la cosa che più mi ha colpito di questo racconto è che evidentemente (e di questo sono paradossalmente contenta) la dittatura non è un argomento tabu. E’ un pezzo di storia che non viene rimosso, ma continuamente se ne parla, si vedono tracce, e questa cosa della televisione è molto rivelatrice. Perchè è la memoria della società che parla attraverso la televisione. E conta più di monumenti, lapidi e tracce sui selciati.

memorie atomiche

Un orologio fermo alle ore 11:02. Era il 9 agosto 1945, a Nagasaki. Così il fotografo giapponese Shomei Tomatsu ricorda la bomba atomica.
Altri oggetti, in un desolato isolamento dal contesto in cui avevano vita, come memorie visive della tradizione, della guerra…. Oggetti morti che parlano.


S. Tomatsu, Atomic Bomb Damage: Wristwatch Stopped at 11:02, August 9, 1945, Nagasaki, 1961.

La Galleria Civica di Modena ospita l’unica tappa italiana di una retrospettiva dedicata a Tomatsu, aperta fino al 22 luglio. Non solo per chi è toccato dal rapporto tra fotografia e memoria.

Auto-archivio (femminile)

Sarà merito (o colpa) del fem-camp, o dei blogroll rosa, ma mi sono accorta che sarebbe sensato inserire una nuova categoria nella mia lista, una parola non esplicitata ma di fatto molto presente. Che accomuna post che avevo associato alla parola corpo e alla parola comunicazione. Nuovo tag (retroattivo): donne.


Annette Messager, Mes Voeux

la memoria del mondo

Sto scrivendo un post sulla memoria del mondo. Mmm, mi pare un progetto un po’ ambizioso, dice Anna. Beh, effettivamente, suona un po’ così. Ma non è un progetto mio, ci mancherebbe.
E’ l’Unesco che nel 1992 ha creato il programma Memory of the World per contrastare l’oblio collettivo attraverso la preservazione di archivi e collezioni di testi rilevanti per la memoria delle diverse culture del mondo, che sono patrimonio di tutti, e che rischiano di scomparire (commercio illegale, inadeguata conservazione, guerre ecc.). Si tratta di una parte importante di quell’idea di heritage la cui tutela è la missione dell’Unesco. L’archivio è organizzato per aree geografiche e poi per nazioni, ma ci sono anche progetti inter-trans-nazionali. Ne fanno parte, tanto per darvi un’idea, dalla Bibbia di Gutenberg (Germania) all’alfabeto fenicio (paesi arabi), ma anche documenti recenti, quali i registri del campo di concentramento nazista Auschwitz-Birkenau o le tavole delle 21 richieste di Solidarnosc (entrambi: Polonia).

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In realtà è proprio grazie a un depliant su Danzica (e alle tavole delle 21 richieste) che ho scoperto l’esistenza di questo grande archivio. Mi interessa capire l’idea che ci sta dietro.
Solo i grandi illuminati conoscono la memoria del mondo, nella sua interezza (dice sempre Anna). Infatti, l’Unesco nel suo programma non raccoglie la memoria del mondo così intesa, ma seleziona alcuni suoi elementi (a partire da candidature). Ci sarà un criterio dunque, sicuramente una serie di criteri. Mi incuriosice soprattutto la selezione di documenti recenti, ovviamente. Prendo ad esempio le 21 richieste di Solidarnosc: fanno parte della memoria del mondo in quanto costituiscono (cito) “uno dei più importanti documenti del XX secolo, testimonianza di una svolta di primaria importanza per la storia del mondo”, più precisamente il primo mattone della caduta dell’impero sovietico e del muro di Berlino. Ah, ecco perché.

(un dubbio: ma la memoria del mondo avrà qualcosa a che fare con la società-mondo?)


DasBuch

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la puntata del 18 maggio 2010 a uniurb

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