Archivio per la categoria 'consumo'

das Buch

Per leggere i risultati della mia ricerca sulla vera vita della Barbie in rete (per non parlare degli altri saggi, tutti dei colleghi LaRiCA).

DasBuch

Pretesto, per me, per riflettere sullo statuto attuale delle tattiche dei consumatori nell’epoca del social web, con uno sguardo attento alla profonda lezione di de Certeau. Indimenticabile.
Per riflettere sul senso delle Barbie mostrate, frullate, vestite, decapitate, unicizzate, cyborghizzate…. nelle pratiche degli utenti della rete. Creativi, giocosi e critici. Fieri.

Il libro non sarà perfetto, ma mi pare un ottimo strumento di scoperta e di pensiero sulla stagione pop(olare) della rete in cui chi (eventualmente) mi legge sta immerso. E anche gli altri, magari in modo meno conscio.
Colgo l’occasione per ringraziare le amiche della rete che hanno letto in anticipo e dato consigli e suggerimenti, in questo caso Laura D. e Adriana G. e le utenti e gli utenti di Flickr che mi hanno permesso di riflettere con le loro immagini e creazioni: Seneshal of Avalon, , Idrusa Ooak, Macinino Magico, Toypincher, Mario Caicedo Langer, Sabine, YetAnotherLisa, Mymsie, Lisascenic, Sagespot, Valaris, Calicogem© e i mille altri/e che qui non posso ricordare tutti.

consumi armeni

sono un po’ pigra, faccio un post solo di figure… o quasi.
al ritorno da Yerevan, dal congresso dell’Iss, ho pensato al mondo dei consumi armeni, pieno di contrasti, dal vino locale venduto in bottiglie di plastica sotto al sole lungo strade dimenticate da dio ma all’ombra del mitico monte Ararat, ai negozi di griffe europee incastonate con le loro vetrine chic in cornici di marmo in edifici in stile sovietico fatiscenti. dai mercati alimentari che ricordano i retrobottega dei fruttivendoli italiani degli anni Settanta ai taxi ricavati da vecchie auto sovietiche affiancati da fiumi di Suv con i vetri oscurati. ecc ecc.
pesci d’acqua dolce che sembrano mostri marini e fresche erbette da avvolgere in pani piatti che sembrano piadine…

qualche traccia visiva nelle immagini di una fotografa pigra e timida, che ha dimenticato di fissare digitalmente tante cose viste, che comunque continua a ricordare…

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Altre fotografie come questa su Forum giovani sociologi

burning dresses

Povero blog, supertrascurato. Mea culpa.
Nell’ultimo mese mi sono sentita un animale da convegno, un po’ mio malgrado. E non ho restituito nulla di quel che ho imparato. Inizio qua.

A inizio maggio ho presentato per la prima volta la ricerca che sto facendo sulla moda critica ed etica in Second Life, con l’aiuto imprescindibile della Second stilista Ginevra Lancaster. Il progetto prevede una fase di sfondo di ricognizione di esperienze significative di moda critica in Sl, interviste a stilisti italiani e stranieri, e dopo questo primo sforzo è in progetto la realizzazione di una sfilata in Second Life. Pensavamo di farcela entro l’estate, ma credo che sarà più avanti, e ne daremo notizia qui, come promesso ai partecipanti al workshop di Milano.

Tra le esperienze più significative che abbiamo trovato devo segnalare il lavoro per me fantastico di Cutea Benelli, stilista tedesca che usa le possibilità creative del mondo metaforico per fare critica e ironia su tematiche cruciali della prima vita, dall’anoressia alla guerra fino alla crisi finanziaria.

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Venture Capital Dress, by Cutea Benelli

Per vedere altri esempi di quello che credo siano esperienze di moda critica in Second Life vi segnalo il gruppo di immagini in Flickr che ho attivato e che immeritatamente amministro, vi invito ad iscrivervi se vi interessa il tema:
Gruppo Flickr “Critical Fashion in Second Life”

vi sono già segnalati alcuni esempi di abiti e stilisti, e qui continueremo a segnalarne.

Pregnant Barbies

La critica maggiore che viene mossa alla bambola della Mattel, mi pare, è quella di essere irrealisticamente bella e fashionista. Fuori dal mondo, dalle sue banali e faticose quotidianità.
Mi ha sorpreso quindi tanto scoprire che tra i fallimenti di mercato della Mattel va annoverata una Barbie incinta, con tanto di pancione magnetico con infante incorporato. Il modello è del 2002, in realtà la bambola incinta non è Barbie ma la sua storica amica Madge, che sta aspettando il suo secondo figlio e ha pure un marito.

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L’articolo è stato ritirato dagli scaffali dei supermercati negli Usa a causa delle reazioni innorridite dei consumatori, preoccupati di eventuali gravidanze delle loro figlie pre-adolescenti, mentre la Mattel pensava che il prodotto potesse offrire ai bambini uno spunto di riflessione e conversazione sulla nascita dei loro fratellini.
Così come ho trovato diversi commenti innoriditi degli utenti di vari social network e blog dove sono state pubblicate immagini di Barbie incinte, nella variante autentica o in vari fake.

Due riflessioni.
1. Ma se il problema della Barbie è la sua inadeguatezza al mondo reale, perchè fa tanto scandalo un’amica incinta? Sottolineo che molti commenti recitano testualmente “che schifo”: fa schifo la gravidanza? la pancia della Barbie? il feto cresciuto? Mi inquieto.
2. Se la Barbie incinta (Madge, in realtà) fa tanto schifo, perchè su Amazon la vendono a un prezzo compreso tra i 350 e i 750 dollari come prodotto raro, ai collezionisti di Barbie? Così come tra i tanti commenti schifati alle Barbie incinte, autentiche o fake, si intervallano le richieste di acquisto dei collezionisti di Barbie, incuranti – da fan – delle controversie generate dal prodotto.

Segnalo il video di Mike Mozart dedicato alla Barbie incinta, della serie giocattoli fallimentari.

è sempre consumo, seppur digitale

l’avevo già annunciato lo so ma non è colpa mia. avevo già finito l’articolo il 28 settembre e mi hanno prorogato la scadenza al 30 novembre. chi scrive sa che senza scadenze non si finisce mai di scrivere, si aggiusta, si cambia, si aggiunge ecc.

adesso ho davvero finito il mio primo articolo sul consumo in Second Life, quello supercompresso da 30.000 battute che sarà pubblicato in un volume collettaneo che raccoglie i contributi del seminario che si è tenuto a Lecce nell’aprile scorso sul tema “La vita on line. Trasformazioni dello/nello spazio pubblico”, che immagino sarà curato da Luigi Spedicato, dell’Università del Salento.

Anticipo qua qualche riflessione, se qualcuno mai avesse voglia di saperne di più lo mando volentieri.

- il consumo in Second Life è un’attività cruciale, costitutiva del mondo, che si fonda sulla generazione dei contenuti degli utenti che implica la loro circolazione e il loro consumo da parte di altri residenti
- il consumo in SL è una realtà aumentata nel senso che praticamente tutto può essere acquistato, e che merci e denaro del mondo sono accessibili a tutti in modo aumentato rispetto alla prima vita (vedi freebie e land per il camping), nella forma di merci gratuite e denaro gratuito
- allo stesso tempo il consumo in SL si confronta con nuovi vincoli, perchè se tutto è acquistabile e tutti possono consumare, il consumo viene schiacciato sullo scambio di mercato: il primato della proprietà intellettuale si traduce nella possibilità degli utenti/creatori di porre vincoli alla libera circolazione delle cose che hanno creato, anche oltre la vendita: ne risulta limitata l’economia del dono e la possibilità di far circolare gratuitamente cose “usate”, e quindi le potenzialità espressive e relazionali connaturate al consumo
- in SL la scomparsa dell’alibi funzionale (valore d’uso) del consumo di oggetti digitali rivela la natura e il vero movente del consumo, sia dentro che fuori i mondi virtuali: il significato

c’è un modo migliore di consumare?

non so se è colpa di una lettura frettolosa o del fatto che l’articolo che ho consultato rapidamente era in inglese. magari hanno contato entrambe le circostanze. aggiungi pure che era un po’ noioso, l’articolo.
lasciamo stare: fatto sta che mi pare di aver letto in un articolo scientifico su Second Life che i mondi online potrebbero essere un luogo dove si può deviare la smania del consumo, il Rausch dicono i tedeschi, evitando così di eccedere nel consumo nella vita reale, che dal punto di vista del consumo delle risorse ambientali ecc. sarebbe meglio.
non ho verificato rileggendo, perchè l’idea mi divertiva tanto che ho fatto finta di aver capito bene.

tutto questo per dire di sbieco che sto finendo di scrivere l’articolo – il primo – sul consumo in Second Life. qualcuno ha voglia di leggerlo in anteprima? ;)

Brands and memory entrepreneurs – Budapest memories

Non scrivo da un po’. Vuoi per l’impegno della festa dell’Unità, poi per un viaggio per un convegno a Budapest, il 38esimo World Congress dell’International Institute of Sociology, dove ho presentato una relazione su Brands and consumption in the construction of individual and collective memory in contemporary societies, in una sessione sul tema (Re-) Asserting Collective Memory in a Global Age.
Sono partita un po’ stanca, così quando vedevo qualcosa da fotografare mi accorgevo di aver lasciato la macchina a casa, ecc. Posso solo raccontare la foto che avrei messo qui sotto, a illustrazione del post: il congresso era alla Central European University (CEU) di Budapest, e appena oltrepassata la porta centrale, nel primo ingresso ci si trovava di fronte al ritratto fotografico di un signore sorridente, il principale finanziatore e fondatore dell’Università, nata nel 1991 “with the explicit aim of helping the process of transition from dictatorship to democracy in the countries of Central and Eastern Europe, and Central Asia”. Un certo signor Soros. George. Già, proprio lui.

In mancanza, immagine del ponte delle Catene con Parlamento sullo sfondo. Il fiume è il Danubio.

non solo memoria

lo so, sto trascurando il blog. questo blog. ma è che in questo periodo mi sono buttata su una nuova ricerca che non capivo, all’inizio, se era un delirio o se mi portava da qualche parte. propendo per la seconda ipotesi. è una ricerca sul consumo in second life. non c’entra granché con la memoria, ho qualche remora a parlarne qui. scherzo.

Se Marx (sì, Karl) fosse atterrato in alcune land, avrebbe forse pensato che Sl è un’immane distesa verticale di merci.

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o un’immane distesa orizzontale di scatole :)

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memorie da consumare/da Goldrake a Nana

Mi ricordo di Goldrake. E’ stato il primo anime che ho seguito con passione, all’epoca della sua prima trasmissione alla televisione italiana, nel ristretto spazio del palinsesto riservato ai cosiddetti “ragazzi”. Fine anni Settanta. Goldrake è da subito diventato un simbolo di un nuovo prodotto mediale – i cartoni giapponesi – e un simbolo generazionale, per alcuni, tanto che si parla di Goldrake Generation (perdonate l’inutile inglese). Poi vai a scoprire che tu, che tanto sei legato a questa storia animata, nella GG (perdonate l’inutile sigla) manco ci stai dentro (seppur per poco).

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Scherzo, ma questo è il fatto: i miei colleghi, o meglio un nutrito gruppo di colleghi capitanati da GBA, stanno facendo una ricerca sul rapporto tra media e generazioni che necessariamente coinvolge il campo dei consumi, nello specifico i consumi di prodotti mediali. Tra i prodotti di culto della generazione x (1966-1978) spicca appunto l’anime Goldrake, insieme ad altri che non serve ora citare (leggete i vari post sulla ricerca, qui e qui).
La cosa ovviamente mi intriga, soprattutto nelle sue contraddizioni, che sono molto rivelatrici, e da osservatrice esterna faccio le mie considerazioni. Solo 2.

1. ti senti tanto generazione x e poi scopri che se elenchi i tuoi prodotti mitici sei in compagnia di altre generazioni. Confusione generazionale. Goldrake, ad esempio, sarà tanto x, ma è un tipico prodotto amato quasi universalmente. Non solo dai primi spettatori (che un po’ magari si “stimano”, del loro essere arrivati primi), ma anche da ragazzi che alla fine degli anni Settanta non erano stati nemmeno concepiti nella mente dei loro genitori. Sorge quindi il sospetto che l’idea di “memoria generazionale”, come idea agganciata ai prodotti mediali, funzioni oggi poco in relazione alle giovani generazioni: il fatto è che oggi i prodotti mediali che hanno fatto la differenza per diverse generazioni sono tutti accessibili contemporaneamente, magari in medium diversi (non solo tv: dvd, internet grazie a youtube ecc), che annullano le differenze storiche dei singoli prodotti (a parte alcune evidenti differenze legate al miglioramento dell’animazione, dei disegni ecc.). Allora lo scarto generazionale non si trova tanto nei prodotti mediali che funzionano da prodotti mitici, quanto nei vissuti, nelle biografie particolari, anche nei dati anagrafici, appunto, come dice anche Gba (ad esempio: che età avevi quando hai scoperto e vissuto Goldrake? cosa avevi già visto, prima?). Ma così dire “Goldrake”, da solo, non porta da nessuna parte. Così rischia di diventare un feticcio che, anzichè spiegare, confonde. Anzichè svelare, nasconde.

2. Fabio ha sottolineato un dato emerso dalla ricerca che mi è molto caro, la nostalgia che alcuni giovani consumatori provano per le generazioni di prodotti mediali che li hanno preceduti, una specie di Arcadia mediale che possono solo vivere a posteriori. La nostalgia esprime la mancanza di qualcosa che in realtà non si è mai vissuto. A questo scopo, ogni passato – che in quanto tale è andato – va bene, funziona. Ogni generazione ha quindi oggi la possibilità di esprimere un senso di perdita attraverso il rimando a un passato non troppo lontano, di cui può trovare qualche traccia a cui affezionarsi (a volte sono tracce autentiche, ma non necessariamente). Queste tracce quindi in parte consolano della perdita (sono efficaci, insomma, fanno stare bene). Anche in questo caso, non conta tanto il prodotto in sé, ma la sua distanza temporale dai vissuti attuali delle generazioni che sono venute dopo. Che possono così provare nostalgia, grazie a quella distanza relativa.
Concludo: il punto non sono tanto i manga/anime degli anni Ottanta (che poi sono Settanta e Ottanta), che fra l’altro adoro; quello che funziona è che appartengano a un passato che non è stato vissuto, ma che è accessibile, che può essere quindi allo stesso tempo mitizzato e consumato.

Così ogni generazione, se ha dei moti interiori (ideali, valori, desideri, ecc.), e ce li ha per forza, troverà prodotti mediali (o altri appigli, al di fuori del consumo) che le permettano di esprimerli. O di sublimarli (ma questa è un’altra storia).

Io intanto mi dispero che Mtv non mi trasmette più Nana.

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Da Dubai alle Alpi (e ritorno)

Ringrazio Piero per averci raccontato oggi cosa c’entrano le Alpi con Dubai, e viceversa, usando come pretesto Ski Dubai.
Ski Dubai, una grande scatola refrigerata che consente di “fare l’esperienza del freddo e della neve” in mezzo al deserto degli Emirati Arabi, non c’entra tanto con l’immaginario delle Alpi, nel senso che non intende rimandare a riferimenti specifici che hanno a che fare con le Alpi, al di là di riferimenti superficiali e pretestuali.
Questo luogo artificiale ci dice invece un paio di cose che c’entrano con l’argomento di questo blog.
1. questo luogo – Dubai – è così adatto alle tendenze più avanzate e spettacolari del mercato e della società globale proprio in quanto si tratta di un deserto. Un deserto geografico diventa un deserto metaforico: il nulla, dove tutto può essere immaginato e realizzato, senza nessun vincolo al passato. In questo senso, ci dice Piero, si tratta di un luogo che si è liberato dalla storia (non della propria, in realtà). Forse proprio per questo è un luogo di successo. In quanto si è liberato della memoria, di questo vincolo culturale e antropologico
2. Se a Dubai si sono ispirati alle Alpi per fare una scatola refrigerata dove persone che non conoscono il freddo e la neve possono farne esperienza, è perchè le Alpi nell’immaginario collettivo sono “la” montagna. E questo rimanda al mito delle Alpi, mito all’origine della modernità (chissà se è esso stesso un mito fondatore della modernità). In altre parole le Alpi, prima che dei monti, sono un’idea, che non parla tanto della montagna (non solo, solo tangenzialmente) ma piuttosto di tante altre cose. Secondo me, parla di noi. Anche della memoria.
So di essere un po’ criptica, ma su questo Piero deve scrivere un libro, lascerei a lui il compito di ragionarci sopra, e di farci sapere, tra qualche tempo, cosa ne è venuto fuori.

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memorie per il marketing: corpi e brand

sto concludendo il mio corso del primo semestre di sociologia degli oggetti di consumo. per la prima volta quest’anno ho tentato di far lavorare molto gli studenti sulla connessione tra consumo e memoria, di farli ragionare su questo legame, anche a partire da casi concreti.
il luogo è particolarmente interessante, perchè sono studenti di comunicazione pubblicitaria, la maggior parte brand victim, almeno così penso io, così intuisco da alcuni discorsi di alcuni di loro. ripongono grandi aspettative sui brand e sulla comunicazione del brand, a cui legano il loro futuro. così intuisco io. magari mi sbaglio. magari.

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La memoria è un tema di grande rilevanza antropologica, ossia è un tema cruciale per il senso, per la vita individuale. Ma: allo stesso tempo, la memoria sta diventando sempre più un tema di pertinenza del mercato: del consumo, dei brand, del marketing. In Francia stanno crescendo gli studi settoriali sul cosiddetto marketing mémoriel, che è collegato al marketing esperienziale e al marketing emozionale in genere. Il marketing cerca l’insight, cerca di toccare il cuore del consumatore, per legarlo al brand, al prodotto. Le emozioni sono quindi il nuovo campo di battaglia del marketing, e i brand sembrano paradossalmente i più interessati a prendersi carico dei problemi di memoria dei consumatori (che prima di tutto sono esseri umani). Se ne pre-occupano molto più di altri settori della società, che latitano tragicamente (un esempio: i partiti, ma anche l’università, tanto per non tirarsi fuori).
L’enfasi sulle emozioni (sulla sensorialità, sul corpo, sul sentire, sul vivere, sul fare esperienza, sulla tribalità collettiva e non ultimo sulla memoria) è un tratto cruciale del marketing contemporaneo, della comunicazione dei brand. Il marketing, i brand, possono oggi dialogare direttamente con le emozioni dei consumatori, senza mediazione: senza la mediazione di culture intermedie e forme comunitarie che ancora nella modernità davano forma all’esperienza individuale (penso ad esempio alle classi sociali, alle grandi narrazioni, ma anche alla stessa famiglia, perché no). Brand ed emozioni incarnate (corpi) sono oggi uno di fronte all’altro, senza mediazione.
Beh, non ve ne eravate già accorti?

PS: Dedico questo post ai 30-35 studenti del mio corso di quest’anno che hanno mostrato di non essere signature victim, se un po’ mi dispiace di aver ormai finito il corso è decisamente colpa loro.

cose da turchi (non solo)

E’ di ieri la notizia su Repubblica che una casa editrice turca ha adattato alla cultura islamica la cristianissima storia di Heidi, la piccola orfana che oltre ad essere un mito nella sua natia svizzera è un mito globale, con risonanza su tutti i media di tutto il mondo.

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l’Heidi di Miyazaki

La casa editrice turca Karanfil ha infatti cambiato le illustrazioni che accompagnano il romanzo della scrittice ottocentesca, Johanna Spyri, allungando l’abitino di Heidi per nascondere le mutande (che in particolare nella storia animata dal grande Miyazaki sono spesso visibili), e ha “imposto” il velo alla nonna di Clara e alla signorina Rottermeier. Come se la rigidità morale e bigotta di questa seconda signorina non fosse stata sufficiente nella sua versione originale.
La casa editrice turca ha quindi indigenizzato il prodotto culturale Heidi (direbbe forse Appadurai) per renderlo più vicino alla quotidianità dei bambini turchi. Peccato che la Turchia non sia unanimemente considerata un paese confessionale (islamico), anzi, per alcune significative voci (di cui dà conto la stessa stampa turca) dovrebbe essere un paese laico. La risonanza interna della notizia riguarda dunque una diversa visione della cultura che sarebbe lo sfondo ordinario delle bambine e dei bambini turchi.

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a sinistra: illustrazione originale; a destra: illustrazione del libro turco, commentato dal quotidiano turco Aksam che si preoccupa di “cosa debba sopportare l’aristocratica signora Sesemann”, coperta da velo e abito islamico (pubblicate da die Welt.

La vicenda non è nuova nè particolamente strabiliante. Per chi si occupa di oggetti di consumo, e tra questi di giocattoli, gli esempi negli anni recenti si sprecano. Ne cito solo uno: Fulla, che possiamo considerare la variante islamica della Barbie occidentale. Fulla è un prodotto di origine siriana, e si presenta con caratteri contraddittori ma assai intriganti: rispettosa dei genitori e coperta dalla testa ai piedi da un manto nero, ama però parecchio lo shopping. Ho portato la mia Fulla a lezione la settimana scorsa, per mostrarla ai miei studenti (che fra l’altro mi hanno insinuato il dubbio che sia tarocca: ci sono già le contraffazioni!): l’esercizio prevedeva un’analisi accurata del prodotto, fin nelle sue caratteristiche più intime. Fulla (a differenza di Barbie), non può essere interamente spogliata, perchè sotto il vestito coperto a sua volta dal tradizionale manto nero (l’abaya) ha disegnata una mutanda. Incorporata.

mia_fulla.jpg la mia Fulla

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questo è il mio blog, in cui scrivo delle COSE che mi toccano e, attraverso di loro, della memoria e della comunicazione. Roberta Bartoletti
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