memoria e corpo

Sul domenicale del Sole24ore di domenica scorsa (prima pagina) è pubblicato un articolo di Michael Crichton che annuncia il suo prossimo romanzo. Il tema è la proprietà dei geni, in particolare dei geni delle malattie, che negli Stati Uniti possono essere brevettati. Che male c’è, si potrebbe pensare. Il problema è che in questo modo i geni diventano di proprietà di coloro che hanno depositato i brevetti, e può così accadere che un malato di cancro non sia più proprietario dei geni della sua malattia, ossia del suo corpo. Può accadere che non sia più proprietario della memoria del suo corpo e delle sue cellule.
Con l’occasione segnalo il blog di Giulia, nuovissima blogger (mai quanto me), dedicato all’etica che quindi riflette su tematiche che non sono affatto distanti dal problema della memoria, che penso sia soprattutto un problema dei corpi (qualcuno direbbe dei soggetti viventi).

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12 Responses to “memoria e corpo”


  1. 1 Giulia marzo 6, 2007 alle 8:30 pm

    Congratulazioni per il tuo blog! Sembra molto interessante. Sembra interessante e promettente anche la possibilità di avere uno spazio in cui segnalare o discutere di argomenti che ci interessano (perché nella vita off-line manca sempre il tempo o, non so perché, non ci si riesce mai).
    Allora in bocca al lupo e grazie per la segnalazione al mio blog (anche se, per il momento, mi considero ancora una blogger in prova…).

  2. 2 LR marzo 7, 2007 alle 9:25 am

    diventare proprietari di geni virali che esistono nel mondo significa, in ultima analisi, diventare proprietario di un pezzo di mondo. Niente di strano.
    eppure… eppure quando un virus entra in contatto con una cellula perde la propria indentità strutturale fino anche a mischiare frammenti del proprio codice genetico con quello dell’ospite. Ci troviamo di fronte, dunque, a qualcosa di diverso. Qualcosa che non è più il DNA/RNA di prima. A questo punto vedo due problemi: un pratico ed uno teorico.
    Quello pratico è che possedere un virus significa poterlo studiare e poterlo contrastare. Quello teorico ha a che fare con il confine dell’oggetto possedibile, la sua identità. Se il genoma del virus si mischia con quello dell’ospite allora, forse, non basta neanche più il DNA come unità minima di possesso. (o forse è un altro campo dove la proprietà mostra i suoi limiti).

  3. 3 Giulia marzo 7, 2007 alle 11:12 am

    Interesante quello che dice Luca. Infatti l’esistenza dei virus mette in crisi l’identità fra vita e autopoiesi. Se consideriamo un sistema vivente come un sistema autopoietico in grado di riprodursi autonomamente conservando la propria organizzazione, allora dobbiamo concludere che:
    – o il virus non è vivo (per i motivi che spiega Luca)
    – o la teoria dell’autopoiesi non è sufficiente a spiegare la vita.
    È una questione vecchia e già dibattuta a lungo (usata in particolar modo da chi vuole mettere in crisi la teoria dei sistemi viventi proposta dalla biologia cognitiva). Personalmente, credo che si tratti di uno di quei problemi che uno non vorrebbe mai affrontare (apre una questione estremamente complessa)!
    Ma se non sbaglio, la segnalazione di Roberta non si riferiva tanto ai geni virali, quanto del codice genetico umano. Un codice che specifica l’identità di un essere umano ma che, non per questo, è al sicuro da forme di appropriazione indebita.

  4. 4 GBA marzo 7, 2007 alle 1:45 pm

    E’ vero.
    Il template è standard.
    Ma l’argomentazione no!
    Benvenuta nella grande famiglia.

    Sul post: l’espropriazione non è forse quella del corpo in sè e per sè. Il malato non perde proprietà sul suo “cancro” (quello resta drammaticamente a lui). Si perde la proprietà sull’astratto del suo cancro, creando un effetto perlomeno bizzarro.

  5. 5 LR marzo 7, 2007 alle 5:29 pm

    sul rapporto tra i virus e l’autopoiesi la cosa si può rendere ancora più interessante partendo dalle ipotesi sull’origine dei virus. in particolare quella della degenerazione parassitaria vede i virus nascere come organismi cellulari completi (l’autopoiesi c’era) ma che avrebbero perduto quasi tutte le loro strutture in quanto sfruttavano quelle della cellula ospite. lascio le conseguenze dell’ipotesi alla capacità osservativa del lettore.. che è poi la stessa che ricostruisce l’autopoiesi all’interno di un sistema virus-ospite.
    sul genoma umano e sulla sua capacità di specificare l’identità di un essere umano continuo ad avere la sensazione che ci sia qualcosa di limitato dalla capacità osservativa. Mi spiego: nel continuo scambio di RNA tra codice genetico umano e virus (l’herpes è un virus e tutti abbiamo un herpes) qual’è l’identità che viene a specificarsi?
    (un po’ confuso forse, ma sono le 18.29 ed ho appena finto troppe ore di lezione)

  6. 6 Roberta Bartoletti marzo 7, 2007 alle 9:58 pm

    (vedete quanto poco basta per scatenare i miei amici). A luca: lapsus freudiano nascosto nel tuo post. A giovanni: come cavolo si fa a togliere il sottotitolo standard? (così faccio bella figura con fabio)

  7. 7 FG marzo 8, 2007 alle 7:09 am

    Come cambiare il sottotitolo: Scegli Opzioni nella Dashboard e cambi la voce Motto.

  8. 8 shiva marzo 8, 2007 alle 11:57 am

    La cosa interessante è notare come la correlazione genoma-uomo sia ormai un’idea data per scontata quando in realtà è una pura costruzione sociale. L’idea olistica dell’uomo non è più nemmeno presa in considerazione, si prediligono standards matematici, linguaggi scientifici che traducono il sentire in sapere. Il risultato è la costruzione di un corpo che serve al sociale come potente mezzo di riproduzione della comunicazione. Questo permette al corpo di diventare merce, valore di scambio, riproduttore di comunicazione. La traduzione sistemica del corpo favorisce l’accettazione e la riproduzione delle comunicazioni. Non è un caso che tutte le strategie sistemiche che implicano il tentativo di traduzione del corpo abbiano una risonanza mediatica notevole. In questa ottica la codificazione genetica e i fenomeni di digitalizzazione corporea possono essere messi sullo stesso piano. Esiste un corpo reale (carne, sangue, memoria) e un corpo “sociale”. Chiaramente il sociale tende ad escludere il corpo reale e le sue esigenze, troppo instabile e imprevedibile, mentre attua sempre più spesso delle strategie che cercano di piegare le immense potenzialità cognitive e comunicative corporee alle duttili modalità della comunicazione di massa.

  9. 9 Roberta Bartoletti marzo 9, 2007 alle 7:31 pm

    L’idea stessa di genoma ha a che fare con il processo di digitalizzazione del corpo, che viene ricostruito simbolicamente come se fosse infinitamente separabile, scomponibile e ricomponibile senza vincoli. Concordo quindi con il commento di Shiva, che immagino di conoscere.

  10. 10 LR marzo 9, 2007 alle 11:23 pm

    mah… l’idea di genoma mi sembra un po’ come una coperta troppo corta: tirata continuamente da tutte le parti. A volte ha a che fare con l’idea di un corpo digitalizzabile e scomponibile (socializzato?); altre volte ha a che fare con la possibilità di trovare un punto ultimo, fermo a dimostrazione di una vita che “li è già tutta” e non necessita di altro. Forse bisognerebbe distinguere tra genoma e “progetto genoma” tra ciò che è, e la sua rappresentazione (sociale, necessariamente). Eppure… eppure si parlava della contaminazione tra RNA virale e materiale genetico umano… contaminazione che è. Ma non voglio (non è il luogo ne il momento) portare oltre il ragionamento.

  11. 11 FG marzo 10, 2007 alle 11:30 am

    Forse questa news può essere di interesse. Parla di una sorta di logica open source applicata alla ricerca non competitiva in campo farmaceutico.

  12. 12 Roberta Bartoletti marzo 10, 2007 alle 2:05 pm

    La news citata da Fabio è pertinentissima, è esattamente il contrario della logica del brevetto applicata ai geni, così come si contrappone la logica della proprietà moderna (o borghese) a quella dei creative commons (al centro delle riflessioni di Luca), che possono essere considerate una risposta all’abuso del diritto d’autore. Nel mondo della ricerca scientifica accade qualcosa di analogo, abusi di appropriazione di forme del sapere dell’umanità. Non è un caso che lo stesso Crichton, nell’articolo che ha ispirato il mio post originario, denunciasse un caso in cui le famiglie di malati con patalogie rare, che la ricerca scientifica snobbava in quanto non profittevoli, hanno finanziato in proprio la ricerca ma, una volta che è stato individuato il gene responsabile, questo è stato brevettato e sottratto quindi all’uso pubblico e gratuito (il caso citato nella fattispecie è del morbo di Canavan).


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