Archivio per marzo 2007



memoria di me: diari o blog?

Cosa rimane delle memorie vissute? diari, lettere, autobiografie, memorie, post-it… Da tempo a queste memorie minute è stata riconosciuta dignità, non solo dagli storici, quelli della tradizione di Bloch e gli stessi esponenti della storia orale. Può quindi capitare di trovare sulla carta geografica una Città del diario, dove da oltre 20 anni si sperimenta la costruzione di una “banca della memoria”. A Pieve Santo Stefano, nel centro dell’Appennino, si stanno sedimentando negli anni queste memorie vissute, organizzate attraverso un archivio. Non è un’esperienza unica in Italia, altri esempi di attenzione alle memorie autobiografiche dal basso possono essere rintracciati, e forse ne racconteremo qui.
Queste memorie acquisiscono dignità, attraverso questi Archivi, e raccolgono l’attenzione di studiosi o di semplici lettori e ascoltatori.
Quanto di un diario autobiografico c’è in un blog? in altre parole: quanti vissuti sono raccontati in un blog, e quanta informazione?

la forza simbolica della parola

Nel maggio 1968 si è presa la parola come nel 1789 (sempre in Francia) è stata presa la Bastiglia. E’ una celebre affermazione del grande Michel de Certeau, del quale esce ora per Meltemi una raccolta di saggi dal titolo La presa della parola e altri scritti politici, recensita su Alias del 3 marzo scorso da Andrea Cavalletti. de Certeau nel maggio francese, nella presa di parola di studenti e operai, non vedeva tanto la conquista del potere quanto la denuncia di una mancanza, della mancanza di partecipazione da parte degli assoggettati. Questa presa di parola, che non cambiava necessariamente le strutture sociali ma ne mostrava le mancanze, rappresentava un “cambiamento qualitativo” (una rivoluzione) perché affermava che da quel momento in poi non poteva più essere chiamato vivere un vivere che alienasse la parola. La parola rivendicava se stessa come bisogno, nota Cavalletti, e chiamava così in causa un cambiamento radicale del sistema culturale.

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Il punto sarebbe dunque non tanto dire qualcosa in sé, ma il gesto in sé rivoluzionario sarebbe il prendere parola.
Questa rivendicazione della parola come bisogno, inalienabile e irriducibile, è allora forse l’origine della proliferazione dei blog, come nuova forma contemporanea del “prendere parola”, adatta ai linguaggi e ai luoghi d’oggi? Possiamo quindi paragonarla al parlare in cattedra degli studenti e degli operai del maggio francese?
E se è così, il dato che attraverso i blog prendano parola non solo studenti e operai (ovvio) ma chiunque, cosa significa? che sono tutti assoggettati e hanno tutti bisogno di trovare luoghi dove prendere parola?
E, infine, perchè non voglio esagerare con le domande: il fatto che questa presa di parola OGGI venga in fondo tollerata, anzi addirittura incentivata, significa che dal maggio ’68 ad oggi si è prodotto un ulteriore cambiamento radicale? Mi viene il dubbio che la presa di parola, rivoluzionaria sì in quanto moto da dentro, dal punto di vista delle strutture sociali, della comunicazione, non debba essere più considerata tale. La rivoluzione che si è prodotta negli ultimi anni, e che sta sullo sfondo della presa di parola attraverso le stesse conversazioni dal basso dei blog, riguarda proprio le strutture sociali e della comunicazione, che della presa di parola altrui si nutrono, delegando loro la produzione dei contenuti che per loro sono indifferenti.
La domanda risuona allora: questa presa di parola (attraverso i blog, ma non solo) riesce a mantenere la sua forza simbolica?
Spero che anche di questo si parli il 20 aprile a Pesaro, io ci sono.

memoria e turismo

che cosa c’entra la memoria con il turismo. Ci ragiono da un po’, a cominciare da una gita a Brescello di qualche anno fa, che per me è stata una sorta di viaggio nel tempo, con tratti anacronistici.
brescello005.jpg Benvenuti a Brescello, foto mia (Roberta Bartoletti)

Si tratta in generale della capacità del mercato di alimentarsi delle emozioni: il turismo della memoria è quello capace di commercializzare ricordi e memorie di generazioni, di genti, popoli e luoghi. Possono essere memorie vissute, che vengono in qualche modo generalizzate per divenire attrattive per altri, oppure memorie inventate, ma non per questo meno concrete e reali nella loro potenza immaginativa.
Alcuni risultati di queste riflessioni sono al centro di una relazione su Tourism of memory: the marketing of nostalgia. The case history of Heidiland and of East Germany, che presenterò nel giugno prossimo al 6th International Symposium on Aspects of Tourism organizzato dall’Università di Brighton UK.

memoria e generazioni (la mia)

Non so se i quarantenni di oggi sono una generazione. Forse quelli che sono passati e rimasti un po’ a Bologna durante gli anni cruciali della loro formazione hanno qualche chance di esserlo. Per quanto mi riguarda, penso a quelli cresciuti all’ombra delle storie di Magnus. Anche se non posso non ricordare che Magnus (Kriminal e Alan Ford) è entrato nella mia immaginazione grazie alla passione per i fumetti di mia madre (tutt’altra generazione).
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Magnus è oggi ricordato da una mostra all’interno del primo Festival internazionale del fumetto che si terrà a Bologna dal 14 al 18 marzo, non a caso qui, in una città che ha tantissimi difetti, ma ha saputo mantenere nel tempo il suo amore per il fumetto.

Aggiornamento di maggio: vista la mostra, Magnus meritava decisamente di meglio. Molto più bella, incomparabilmente, la mostra sul lavoro a fumetti che gli ha dedicato Toffolo.

memoria e generazioni

Cosa rende un gruppo di persone “una generazione”? che è un modo di chiedersi cosa rende uguali uomini e donne che condividono lo stesso tempo, e quindi probabilmente gli stessi vissuti. Una risposta tra le tante si trova nel libro di Marc Bloch sulla società feudale, come ricordava lo storico medioevista Alessandro Barbero, nella puntata di Damasco di martedì 27 febbraio (RadioRai3), scaricabile ancora dal sito. Magnifico racconto di un libro di storia, che parla tra l’altro delle condizioni di vita e dell’atmosfera mentale, delle “maniere di sentire e di pensare”, della memoria collettiva che è alla base dell’idea stessa di generazione. Memoria che non è solo nella mente, ma anche (e soprattutto) nei corpi.

(post destinato agli studiosi di comunicazione)

memoria e corpo

Sul domenicale del Sole24ore di domenica scorsa (prima pagina) è pubblicato un articolo di Michael Crichton che annuncia il suo prossimo romanzo. Il tema è la proprietà dei geni, in particolare dei geni delle malattie, che negli Stati Uniti possono essere brevettati. Che male c’è, si potrebbe pensare. Il problema è che in questo modo i geni diventano di proprietà di coloro che hanno depositato i brevetti, e può così accadere che un malato di cancro non sia più proprietario dei geni della sua malattia, ossia del suo corpo. Può accadere che non sia più proprietario della memoria del suo corpo e delle sue cellule.
Con l’occasione segnalo il blog di Giulia, nuovissima blogger (mai quanto me), dedicato all’etica che quindi riflette su tematiche che non sono affatto distanti dal problema della memoria, che penso sia soprattutto un problema dei corpi (qualcuno direbbe dei soggetti viventi).

eccomi

questo è il mio blog, in cui penso di parlare delle COSE di cui mi occupo e, attraverso di loro, della memoria e della comunicazione. così almeno penso oggi, poi vedremo. Roberta Bartoletti


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