museo della memoria: bologna ricorda ustica

Inaugurerà il 27 giugno (2007) a Bologna, il museo della memoria – dell’abbattimento del Dc9 di Ustica e dei suoi passeggeri, avvenuto 27 anni fa. L’allestimento del museo, voluto dall’associazione dei familiari delle vittime, è stato affidato a un artista legato da sempre al tema della memoria, Christian Boltanski.

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Un museo per ricordare, non un memoriale per dimenticare, chiarisce l’artista nell’intervista di Brunella Torresin pubblicata ieri su La Repubblica: “Non credo ai memoriali. Occorre che questo museo diventi un luogo di ricerca, o tra 10 anni nessuno ricorderà più la tragedia del Dc9. Chi mai legge i nomi incisi sulle lapidi dei monumenti? I monumenti spesso sono fatti per dimenticare, e non per ricordare. Io ne ho fatti pochi. Me ne hanno chiesto uno per il Museé d’art et d’histoire du Judaisme, di Parigi, che sorge in un antico palazzo del Marais, un tempo dimora di famiglie ebree. Ho voluto ricordare i nomi di coloro che vi abitarono e furono deportati. ma non li ho voluti scolpire nel marmo, li ho voluti scrivere sulla carta. Quelle lapidi di carta vanno continuamente sostituite; e, ogni volta, è come rinnovare una preghiera. Così dovrebbe essere per il Museo della Memoria di Bologna: un monumento continuamente riallestito, un luogo dove si rinnovi continuamente una preghiera”.


Aggiornamento

Ecco il link diretto al sito del Museo, per chi desiderasse saperne di più sulle iniziative (una rassegna estiva di teatro e musica) e visitare il museo.

17 Responses to “museo della memoria: bologna ricorda ustica”


  1. 1 Michele maggio 10, 2007 alle 10:34 pm

    Se non fosse stato per un film, “Il muro di gomma”, forse non avrei mai saputo quello che era successo al dc9!!! Solo recentemente le vicende hanno portato i media a parlare ancora di quel brutto fatto.
    Un museo su quanto accaduto è un’idea originale che spero non rappresenti la lapide al triste evento, ma un vero e proprio momento di scambio. Purtroppo, specialmente in Italia, i musei soffrono del fatto di essere strutture predisposte ad una conservazione piuttosto che ad una riproposizione di nuovi contenuti.
    Ma… in questo senso, può essere che la memoria sia “un’anticamera” non rivolta al passato, bensì al futuro?

  2. 2 noivoiloro maggio 11, 2007 alle 8:58 am

    Credo che la memoria sia soprattutto rivolta al futuro.
    In questo principio chiave possiamo ritrovare il concetto “imparare dalla storia”. I musei, i memoriali, le ricorrenze, non sono celebrazioni fini a sè stesse, hanno molti significati, il più grande è senza dubbio quello di memento storico. In Italia, insabbiare, sembra sia la parola d’ordine…per quelli di noi nati alla fine degli anni ’70 o all’inizio degli anni ’80 non è inusuale non esser a conoscenza di molti degli avvenimenti che hanno “segnato” quell’epoca buia ( si era alla fine, diciamo così, dei poco-citati anni di piombo), si cerca, appunto di non rievocare per riuscire a dimenticare.

    Iniziative come queste andrebbero centuplicate, soprattutto nella loro connotazione “work-in-progress”.

  3. 3 Lorenzo maggio 11, 2007 alle 10:14 am

    Perché l’artista deve sottolineare da quale parte si trova la sua opera, perché deve chiarire la sua intenzione? Cos’è, ridotto ai suoi elementi fondamentali il museo? Un insieme di oggetti riuniti insieme? Fino a che punto, chi osserva, riesce a decostruire le connotazioni stratificate nel tempo e a vedere l’oggetto in sé e per sé? E poi a ritornare indietro, al momento attuale?
    Museo / memoriale, ricordare / dimenticare. L’artista deve sottolineare da che parte sta la sua opera, perché quella ridisposizione di oggetti si colloca su un confine viscido. E’ sua la preghiera che si rinnova ad ogni utente, laddove, consapevole della responsabilità di cui si prende carico, chiede loro di andare oltre il mero consumo, e di ricreare ogni volta consapevolmente quella memoria (anche se nella pratica esplicita è compito di chi allestisce). Fino a che punto l’utente del museo resiste all’invito a dimenticare, sempre inserito tra le pieghe di riduzioni/selezioni mai esplicitate?

  4. 4 Roberta Bartoletti maggio 11, 2007 alle 1:11 pm

    In generale, da parte mia, che quegli anni li ho vissuti e quindi ne ho un ricordo diretto seppur sfumato, credo che il rischio di dimenticare sia comunque forte. In questo caso dimenticare è un delitto perché non rispetta i morti, che ancora non hanno avuto giustizia. L’arte della memoria, ricorda Aleida Assmann, nasce con il ricordo dei morti, con il rispetto dei morti. Questo è un paese che dei morti ha veramene poco rispetto, allora.
    Il museo della memoria del Dc9 è voluto dai familiari di quei morti, che non credo abbiano un problema di dimenticare. Loro non dimenticheranno.
    Spero che il museo riesca ad esprimere questa loro impossibilità di dimenticare, questa naturalezza del ricordare. L’artista credo abbia colto questa necessità, esplicitando nella memoria un lavoro continuo, un rituale ripetuto che produce senso. Un rituale necessario.

    Una chiosa finale: la memoria riguarda certamente il futuro, perchè costruisce le condizioni da cui guardiamo il mondo, e a noi stessi.

    PS: vi aspetto a Bologna il 27 giugno?🙂

  5. 5 Riccardo maggio 13, 2007 alle 6:49 pm

    PS Mi scuso se inserisco un PS dopo la chiosa finale ma, ciò che vorrei scrivere,
    mi sembra abbastanza in tema con quanto discusso qui.

    A Bologna dal piazzale della stazione
    si può vedere l’orologio di sinistra che segna ancora l’ora in cui scoppiò la bomba (benchè ci fu tempo fa chi lo volle far ripartire..)

    Tutte le volte che vado verso la stazione,
    mentre sono inquietato da quesiti tipo:
    prenderò o meno il treno? il mio orologio segna l’ora giusta?
    arrivo nel piazzale dalla parte sinistra, e alzando la testa verso l’orologio,
    TUTTE LE VOLTE di colpo scopro che io arrivo sempre là alle 10.25.
    E visto che la mia memoria per il momento viene coltivata da me e sembra funzionare,
    ho un processo per cui associo a quell’immagine
    il motto dei frati (trappisti?) che sentenzia: “Ricordati che devi morire!”
    Così certamente
    sento i quesiti che mi ero posto in precedenza come abbastanza relativi,
    ma d’altro canto TUTTE LE VOLTE sento quest’ultimo monito come una sentenza…

    Vicino a quell’orologio ce ne sono altri due,
    e solo un viaggiatore a conoscenza di quanto sopra sa perchè quell’orologio sia fermo.
    Comunque è giusto rilevare come, diversi metri sotto all’orologio, ad altezza d’uomo,
    vi sia una lapide (trasparente!) che spiega il motivo delle lancette immobili.

    Al di là di come viva io questo fatto,
    credo sia utile mantenere l’orologio fermo
    come credo che sia utile fare musei della memoria
    esplicitandone i limiti ricostitutivi e concettuali,
    il che mi porta a sostenere che
    vi sarebbe bisogno di un approccio multimediale basato sulla narrazione dell’evento
    più che sull’emozione che ha ispirato all’artista.
    (Mi ricordo che, in tal senso, il museo dell’olocausto nel quartiere ebraico di Praga
    mi sembrava raggiungere lo scopo anche solo attraverso la descrizione degli oggetti esposti)

    Mi nasce quindi una domanda, forse banale:
    non sarebbe utile fare musei di questo tipo
    e magari anche musei costituiti da prove tangibili degli effetti sull’uomo
    dell’uso degli stupefacenti, dell’alcool, del fumo, delle armi, degli incidenti stradali, etc.. a fianco ai centri civici ?
    Così magari,
    mentre il “cittadino” sta in fila a svolgere le pratiche burocratiche,
    medita un pochino…

    Probabilmente questo non creerà un rituale, ma almeno un attimo di sconcerto,
    [un’ “irritazione”] a qualche essere vivente
    come succede a me quando, vittima della contingenza,
    cerco di connettermi a una struttura
    (nel caso suddetto il treno che parte, ma va bene anche un’altra metafora come aereo, barca, status quo,… )
    che, con o senza di me,
    va per la sua strada senza porsi alcun quesito in merito a quanto detto.

  6. 6 fabiof maggio 15, 2007 alle 11:26 pm

    Memoriali e musei non sono la stessa cosa. Tanto meno i monumenti. Ho già detto qualcosa sull’eredità della memoria in un altro commento (post sugli estoni-lettoni). Eredità è una parola sostanziale nell’ambito museale. I monumenti stanno lì per esporre un contenuto simbolico legato alla storia-tradizione di una comunità umana (che disumanamente può decidere che è ora di rimuovere, che quelsacrificiograziemanonimportavanondovevadisturbarsi) li ereditiamo in quanto fondatori di una scelta di collettività. male che vada saranno sempre dei luoghi utili all’orientamento in città (ricordate “un’etnologo nel metrò” di Marc Augé e il suo discorso sui nomi delle stazioni metropolitane parigine?).
    Un museo è fatto di oggetti ma anche di un pensiero che li tiene insieme. Come delle parole, le cose esposte assumono un significato in relazione alla collezione. Boltanski in questo caso è un curatore particolare: un sensibile artista condannato ormai da tempo ad elencare nomi, vite, volti per evitarne l’oblio. La memoria: è il tema al quale si dedica con intensità e non senza un uso concettuale del linguaggio. Il suo sforzo è, infatti, quello di sottrarre OGNI individuo all’oblio del tempo.
    Ricordare è il vero oggetto del museo. E ogni ricordo è attività del pensiero e non azione subita, passiva. L’oggetto aereo ha solo un ruolo simbolico: ci dice come ogni opera d’arte che è lui, quel pezzo unico protagonista di quella storia. Sta lì per se stesso e basta. E’ il lavoro del curatore che racconta la storia e ne interpreta il contenuto. Boltanski non “deve dirci dove sta la sua opera” . Chi andrà al museo, se interessato a vivere una esperienza ne uscirà cambiato. E il cambiamento non si dimentica. Chi è andato a Villa delle Rose si è mai dimenticato dei fiori passiti calpestati e dell’odore di morte che emanavano? O il rumore delle foto appese al vento come lenzuoli in carta stampati. Come in tutta l’arte concettuale, l’oggetto dell’opera non è ciò che vediamo ma ciò che sta dentro di noi, nella nostra testa, nel nostro linguaggio. Boltanski non espone oggetti ma risveglia pensieri, evoca immagini sopite dentro di noi. In questo la sua forza e la giusta scelta del comitato nell’averlo scelto. Finalmente un vero museo che non espone merci apre anche a Bologna e che non si limita a celebrare ma sperimenta l’attività del ricordare come elemento attivo.

  7. 7 Lorenzo maggio 16, 2007 alle 4:12 pm

    Solo una precisazione, seguente ad un appunto sollevato da fabiof.
    Ho scritto: “Perché l’artista deve sottolineare da che parte sta la sua opera, perché deve chiarire la sua intenzione?”
    Non intendevo dire che Boltanski avesse il DOVERE di farlo.
    Intendevo piuttosto evidenziare la sua evidente necessità di farlo: “Un museo per ricordare, non un memoriale per dimenticare, chiarisce l’artista… non credo ai memoriali”.
    Per il resto e per quello che ho compreso, sento di condividere il commento.

  8. 8 Roberta Bartoletti maggio 20, 2007 alle 9:42 pm

    a Riccardo: il parallelo con la strage della stazione di Bologna è spontaneo per un vero bolognese (Riccardo lo è, mi pare di aver intuito, nel profondo), e questo luogo di memoria mi è tanto caro da meritare, a suo tempo, uno spazio tutto suo. In quanto bolognese, mi aspetto di vederlo in via Saliceto il 27 giugno prossimo (in questo caso anche per motivi di prossimità geografica, oltre che emotiva).

    Non ne avevo parlato per non rovinare la sorpresa, e perché si tratta di anticipazioni lette sulla stampa, non vissute: il lavoro di Boltanski su Ustica dovrebbe essere principalmente sulle voci, così come altre volte ha lavorato sui volti, o sugli odori, o sugli oggetti. Non so se con “multimediale” Riccardo pensava a qualcosa di analogo; la multimedialità è un espediente tecnico per restituire la pienezza e la totalità della vita, la sua ricchezza, le sue molteplici espressioni. Senza una poetica non è scontato che ci riesca. Confido che Boltanski ci sia riuscito, mi fido.

  9. 9 enrico brogneri ottobre 5, 2008 alle 4:27 pm

    Dal mio libro <>
    “…
    In nome del popolo Italiano non sono state accertate responsabilità. Tutti assolti! I generali, dicono i giudici, sono stati incriminati ingiustamente. Essi oggi possono andar fieri del loro trascorso e chi aveva intravisto delle macchie nel loro operato, ha solo gettato fango sulle istituzioni democratiche del nostro paese e dovrà pentirsene. I testimoni che hanno giurato di aver visto quella notte, dopo una manciata di minuti dalla caduta del DC9, insolite stranezze fatte di inseguimenti aerei e di lampi di guerra sui cieli della Calabria non sono credibili; e se hanno dato all’inchiesta un apporto concreto, sono stati incivili e sconsiderati. E se hanno caparbiamente insistito nelle loro farneticazioni, devono essere considerati alla stregua di criminali, capaci di uccidere la verità e i parenti.
    Ma è davvero possibile che tutto ciò che era stato accertato in anni e anni di indagini possa essere cancellato e negato con tanta disinvoltura? Possibile che la gente più avveduta e i giornalisti non abbiano notato delle bizzarre contiguità, preludio di altrettanto sospette collaborazioni in corso d’opera? Possibile che nessuno abbia scorto, dietro l’alibi abbastanza comodo della “ragion di Stato”, altre motivazioni non necessariamente di interesse generale, come quelle politiche e diplomatiche, ma anche le ben diverse logiche elettorali, di condizionamento, di semplice schieramento, di vaga opportunità? Possibile che nessuno si sia chiesto se talune promozioni e candidature al Parlamento nazionale rappresentino il premio del silenzio?
    E i politici, ora che è tempo di consuntivo, che fanno? Tacciono. Fingono di non sapere. Ci invitano a visitare il Museo della Memoria allestito a Bologna per non dimenticare. Dicono di avere la coscienza pulita, di aver fatto quanto era nelle loro possibilità e che adesso è tempo che della strage si occupino gli storici. Pretenderanno di vederci appagati. E noi finiremo realmente col dire che era ora che si accertasse la verità. Questo faremo. Fingeremo indifferenza solo per non dover traumatizzare i nostri figli; lo faremo per amor di patria, come non conoscessimo a quali approdi perverranno poi gli studiosi. Gli occhi senza lacrime della storia ci diranno che il secolo appena scorso è stato permeato da stragi senza colpevoli, da fatti sanguinosi senza un perché. …”

    * * *
    La Corte d’Assise d’Appello di Roma ha emesso in data 15.12.2005 la decisione sui presunti depistaggi. Il dispositivo della sentenza http://www.stragi80.it/documenti/processo/appello/motiviappello.pdf
    ha però un contenuto diverso e più ampio di quello che è stato fatto conoscere ai giornalisti: http://www.stragi80.it/documenti/processo/appello/dispositivo.pdf
    Se non è un falso, come può essere qualificato l’episodio?
    Possibile che nessuno l’abbia notato? Io sono sospettoso e ne chiarisco i motivi nel mio sito
    http://www.studiolegalebrogneri.it
    Saluti. Enrico Brogneri

  10. 10 fabio ottobre 24, 2008 alle 1:23 pm

    posso avere dettagli su dove poter vedere il DC9 I-TIGI a bologna? ringrazio

  11. 11 raffaele ottobre 25, 2008 alle 1:34 pm

    ciao fabio. Il museo della memoria è aperto solo sabato e domenica. Lo puoi trovare adiacente alla sede delle ex tramvie tra le vie di saliceto e ferrarese, nei pressi dell’Atc di via Saliceto. Visitarlo sarà un’esperienza che ti lascia il segno.
    Ciao.

  12. 12 Roberta Bartoletti ottobre 26, 2008 alle 11:42 am

    grazie a raffaele, che mi ha preceduto nel rispondere a fabio.

  13. 13 paolo novembre 19, 2010 alle 1:34 am

    seguo il caso ustica da da quella maledetta sera. sono calabrese

    e abito vicino a quei monti della sila crotonese . dove l’aereo militare con cotrassegni libici precipito’.

    nel recarmi piu’volte in quei posti , nel luogo dell’impatto, per rendermi conto della dinamica dell’incidente, sono stato fermato e invitato a riferire della mia presenza in quei luoghi, da sedicenti proprietari dei monti, seguito , e spiato per tutto il tempo della mia permanenza in quei luoghi di mistero.anche dopo trent’anni in quel panoramico paesino. che si affaccia difronte a quei monti desolati della sila ed in particolar modo sul luoghi dell ‘impatto del mig, nessuno parla, nel chiedere informazioni sui luoghi dell disastro,fui invitato a non interessarmi.con quella poco documentazione in mio possesso , conoscevo solo le coordinate di impatto e foto satellitari. trovai il luogo e scesi nel burrone, lasciai Castelsilano con delusione.mi chiedo come e’ possibile che dei giovani con meno di trenta anni,si siano interessati alla mia permanenza in quei luoghi. ma erano solo curiosi , o incaricati di sorvegliare quei luoghi di mistero , da informazioni prese , le strade che ho attraversato sono demaniali,e non private.il caso ustica e’ un segreto che parte proprio da quei posti, dai fatti li avvenuti. e dai segreti in essi contenuti. e credo che dopo trent’anni, si dovrebbe smuovere quel senso di giustizia, di onesta,perche’ 81 persone in un volo civile coinvolte in un’azione militare in tempo di pace, nel territori Italiano hanno perso la vita,abbiano
    GIUSTIZIA.seguiro’ con attenzione la riapertura delle indagini. su questo caso. e cogliero’ l’occasione di venire a visionare i resti dell’aereo . il museo e’ una iniziativa per non dimenticare, che solo una citta’ come Bologna poteva ospitare. chiedo di sapere se altri visitatori recatosi a Castelsilano nei luoghi della caduta del mig con contrassegni libici. abbiano avuto le stesse sensazioni che ho avuto io.

    SA

    saluti PAOLO


  1. 1 Musei? Questione di lessico, ma non solo... | maddamura Trackback su giugno 24, 2007 alle 6:09 pm
  2. 2 che cosa resta di Ustica? « la memoria delle cose Trackback su giugno 24, 2007 alle 11:16 pm
  3. 3 Ernyblog | Per non dimenticare Ustica Riflessioni sulla Comunicazione Digitale Trackback su giugno 21, 2008 alle 8:41 pm

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