memorie operaie

Quando facevo le scuole elementari io, non si studiava ancora inglese (in realtà un poco sì, ma non conta): si studiava il proprio territorio. Si andava in giro, capitava di fare pochi passi e di trovarsi tra i campi e i maceri. Tra le prime gite – credo verso la fine degli anni Settanta – ho un ricordo ormai mitico di una visita al museo della civiltà contadina di San Marino in Bentivoglio (sempre nella bassa bolognese: i Bentivoglio erano i signori di Bologna). Già allora il mondo e la vita contadina erano diventati luoghi di memoria, in via di scomparsa e allo stesso tempo riconosciuti come meritevoli di essere ricordati. Così il mondo dei braccianti (gli operai contadini) ha in qualche modo avuto per primo questo riconoscimento, questa attenzione. Non a caso il coro delle mondine di Bentivoglio si costituisce proprio in quegli anni.
Mi viene in mente ora che fu proprio lì che scoprii come si scriveva una parola la cui sonorità mi era familiare, ma che apparteneva solo alla lingua orale: l’arzdàura, in italiano significa la reggitrice. Capii anche a cosa servivano i maceri che facevano parte di un paesaggio di pianura familiare ma allo stesso tempo ormai alieno, per una bambina urbanizzata come me.

Mi chiedo invece cosa sta accadendo alle memorie operaie urbane, industriali, che negli anni Settanta, non solo in Italia, erano ancora al centro del mondo. Verranno fatti dei musei a ricordarli, e come si chiameranno? Quali luoghi possiamo oggi rintracciare come luoghi di memoria di questo mondo che negli ultimi trent’anni ha subito profonde trasformazioni?
Ovviamente qualche idea ce l’ho, ma ci sto lavorando.

1 Response to “memorie operaie”


  1. 1 fabio f agosto 31, 2007 alle 7:14 pm

    Le mani sulla memoria.
    Fino ad un certo punto la città è stata capace di sedimentare da sola le sue idee, i suoi trascorsi (i suoi vissuti) senza bisogno che vi fosse qualcuno che con un segnale restituisse “a futura memoria” quello che si trasformava di continuo.
    C’è stato un tempo in cui la città, il suo presente-passato-futuro, era nelle mani di chi abitava la città stessa. I suoi spazi erano teatro di scontri e quindi di vita. Forse per quello ancora c’e’ chi in città ricorda, non con terrore, gli anni settanta.
    Molti spazi che venivano vissuti con sofferenza erano comunque il luogo di pubblici confronti, dove la storia individuale assumeva un senso all’interno della storia collettiva. Non c’era bisogno di “depositarla” come memoria in quanto si rinnovava quotidianamente.
    Poi tutto è cambiato.
    La città, nel corso degli anni 90, si è allontanata dalle persone che l’avevano vissuta, costruita, abitata fino a quel momento. Nuovi progetti hanno cominciato a cancellare parti di città. La ICO ad esempio ora è soprannome di una rotonda che fa da incrocio tra le vie Andrea Costa, Via Irma Bandiera e Via Monte Fiorino (che dispositivo di memoria è la toponomastica?). Quella fabbrica ad esempio è legata all’uso della città che le persone meno giovani fanno di quegli spazi. Ogni tempo esprime il suo momento e la città ne diventa una sua possibile espressione.
    Pensandoci su bene, mentre cerchi il tuo modo di ricordare a memoria l’era delle fabbriche bolognesi, ciò che mi preoccupa di più non è tanto quello che che abbiamo perso ma quello per cui lo abbiamo perso: una collezioni di occasioni perdute.
    Guarda: le fabbriche lasciano il posto a fabbriconi stile Alcatraz, espressione solo di una diffidenza verso il genere umano, espressione di una infelicità creativa non solo senza memoria ma con la paura del futuro. Già due secoli fa, al termine della felice stagione delle seta prodotta nelle manifatture lungo il canale di Reno, la città è entrata in crisi e ha smesso di crescere in capacità di pensare il proprio futuro. La città storica è lì a dimostrarcelo. Ora la stagione operaia bolognese è stata la base per costruire una idea di città originale e veramente moderna; da lì, con Dozza (sindaco) e Lercaro (il Vescovo che chiamò Le Corbusier), è nato il modello per l’urbanistica e l’architettura residenziale che tutto il mondo ci ha invidiato. Ora tutto questo ha lasciato il posto ad interventi discutibili incapaci di appartenere a qualsiasi idea di città se non quello del mattone. Forse un giorno qualche regista, neorealista nell’anima, racconterà tutto questo scrivendo una storia di città, mani, interessi, memoria e tradimento della fiducia di gente troppo buona per dire basta.


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