Archivio per settembre 2007

memorie démodées

Ho scoperto, ormai due settimane fa, che ci si può associare all’Anpi. Associazione Nazionale Partigiani d’Italia. Anche se non si è stati combattenti. ll motivo, non esplicitato ma evidente, è che a 62 anni dalla Liberazione anche i partigiani più giovani di allora sono ormai ottantenni. La loro memoria, per conservarsi, ha bisogno di essere oggettivata al di fuori dei loro corpi.

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I loro nomi e la loro storia sono raccontati qui, tra loro mi va di ricordare Dante Drusiani, nome di battaglia Tempesta, “nato a Porretta Terme (Bologna) il 24 marzo 1925, fucilato a Sabbiuno di Castelmaggiore (Bologna) il 25 dicembre 1944, operaio, Medaglia d’oro al valor militare alla memoria”. Inseparabile dal compagno Terremoto. A Dante Drusiani è dedicata una scuola dietro casa mia, e con grande piacere ho scoperto che era un partigiano, vedendo il masso con il suo nome nell’ultima visita fatta a Sabbiuno.

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il monumento di Sabbiuno, foto di Garaz presa qui

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consumo e memoria

sto faticosamente tentando di scrivere un articolo. in teoria è già scritto, ma solo in teoria. è tutto nella testa ma non riesce a mettersi in ordine sulla carta. estremo tentativo: anticipare il contenuto sul blog.
devo scrivere un articolo su come il consumo ha un ruolo nella produzione delle biografie individuali (e collettive). è chiaro che c’entra la memoria, la capacità degli oggetti materiali di fissare i significati. un individuo e un gruppo riescono a fissare il senso della loro esistenza grazie a una costellazione di oggetti che in qualche modo li caratterizzano. che li rendono specifici. fin qui niente di nuovo.
la cosa che credo sia interessante è questa: nell’ex Germania Orientale, dopo la caduta del muro di Berlino, la trasformazione dei prodotti della società socialista in merci (o oggetti di consumo nell’accezione occidentale, di mercato) è stato paradossalmente il modo con cui i tedeschi dell’est sono riusciti ad affermare in modo positivo, assertivo, il valore delle loro biografie e della loro identità. ad affermarla in opposizione alle descrizioni delle loro biografie e della loro identità che venivano prodotte a Ovest (e che continuano ad essere prodotte ad ovest, malgrado loro).
credo che questo sia un bell’esempio di uso non proprio ortodosso dei significati e delle logiche più profonde delle merci. anche se non si può nemmeno essere troppo entusiasti. anche se non nega gli aspetti più macroscopici delle trasformazioni della germania orientale e dei paesi dell’est in genere (ho letto cronache preoccupanti sull’Ungheria, recentemente).

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Letture consigliate, a me innanzitutto (già ordinato in libreria): Vite nuove, romanzo dello scrittore di Dresda Ingo Schulze. Qui un’intervista.

Aggiornamento di inizio 2008: Vite nuove lo sto ancora leggendo, ma l’articolo ho finito di scriverlo da un pezzo. Alla fine si intitola La fabbrica delle memorie ed è pubblicato qui, per chi fosse interessato a leggerlo.

senza Gorz

dovremo fare a meno, purtroppo, di André Gorz. anche di lui. È stata una brutta sorpresa vedere stamattina (ieri) il nome e il volto di André Gorz sulla prima pagina del mio giornale. Ho temuto si annunciasse la sua scomparsa, non avrei mai pensato di leggere l’annuncio del suo suicidio, di un suicidio di coppia, di Gorz insieme alla moglie da tempo malata.
Qualche giorno fa un giovane amico mi ha chiesto di chi mi sarebbe piaciuto esser stata allieva. Pensando ai grandi di cui ho profondamente amato i libri, mi è venuto spontaneo tirar fuori il nome di Gorz. La sua Metamorfosi del lavoro, scoperto per caso tra le novità della libreria di Gregorio e Marta, in via delle Moline a Bologna, ha segnato la svolta della mia tesi di dottorato. Ha acceso una scintilla, come raramente accade, leggendo un libro. L’amore per quel primo libro scoperto mi ha portato a cercare i libri precedenti – Addio al proletariato, La strada del paradiso – e a ricostruire il pensiero di uno studioso che sentivo molto vicino. E che per me, suo malgrado, è stato veramente un maestro.

Non mi va ora di ricostruire la sua biografia, preferisco rimandare a qualche articolo sulla stampa.

a volte ritornano: cdb

segnalo o ricordo, per chi non lo sapesse (o si fosse scordato) che il 13 e 14 ottobre prossimi a urbino c’è il nostro festival dei blog, nostro nel senso della continuazione annunciata delle Conversazioni dal basso. Per chi volesse partecipare alla caccia al tesoro o candidare al premio del festival un blog rimando al wiki dell’evento.

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quello che si vede dal Larica (a volte)/foto mia

memorie di campo/2

Dimenticavo: delle note di campo fanno parte integrante le fotografie, che ho fatto durante la ricerca (persone, luoghi, oggetti), e le poche che hanno fatto a me mentre lavoravo.
Eccone una: un’immagine di campo, l’etnografa con un volontario del bar dell’Ulivo e il signor Massimo Musiani che ci ha cortesemente messo a disposizione il suo mezzo per fare le foto dall’alto.

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foto dall’alto © Oscar Ferrari

memorie di campo

Le “note di campo” – quelle dei sociologi che fanno ricerca ispirati dalla grounded theory, e degli etnografi in generale – non sono (solo) registrazioni di fatti, di cose fatte e di persone incontrate e ascoltate/intervistate/osservate. Sono soprattutto, penso, memorie di vissuti. Innanzitutto, memorie dei vissuti del ricercatore. Che mettono quindi anche ordine nella sua esperienza (o, meglio, esistenza?).
Con questa accresciuta consapevolezza, continuo il mio lavoro di ricerca di cui al post del 3 settembre (di questa mia accresciuta consapevolezza, devo ringraziare i colleghi del cofin sulla ricerca qualitativa, e soprattutto chi ha saputo tenerli insieme, Roberto Cipriani).

la foto rubata

per me la fotografia è strettamente legata alla memoria. non che questa connessione me la sia inventata io, ovvio. intendo dire che il mio fotografare, e la mia passione per la fotografia, è legato alla potenza della fotografia in relazione alla memoria, in particolare al ricordare.

La signora Dina Zaghi, classe 1930, qualche giorno fa vede inaspettatamente la sua foto in un manifesto politico di un importante partito nazionale. Telefona e precisa che quella foto è del 1948, non del 1954 come dichiarato dall’articolo che accompagna la riproduzione del manifesto, descritto come uno dei più significati del dopoguerra italiano. Lo sa bene, lei, che in quella immagine compare, mentre aspetta l’autobus di ritorno da una manifestazione a Milano. Una foto rubata, di una giovane donna del 1948 con il tricolore in mano. Appena la trovo, la pubblico.


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