senza Gorz

dovremo fare a meno, purtroppo, di André Gorz. anche di lui. È stata una brutta sorpresa vedere stamattina (ieri) il nome e il volto di André Gorz sulla prima pagina del mio giornale. Ho temuto si annunciasse la sua scomparsa, non avrei mai pensato di leggere l’annuncio del suo suicidio, di un suicidio di coppia, di Gorz insieme alla moglie da tempo malata.
Qualche giorno fa un giovane amico mi ha chiesto di chi mi sarebbe piaciuto esser stata allieva. Pensando ai grandi di cui ho profondamente amato i libri, mi è venuto spontaneo tirar fuori il nome di Gorz. La sua Metamorfosi del lavoro, scoperto per caso tra le novità della libreria di Gregorio e Marta, in via delle Moline a Bologna, ha segnato la svolta della mia tesi di dottorato. Ha acceso una scintilla, come raramente accade, leggendo un libro. L’amore per quel primo libro scoperto mi ha portato a cercare i libri precedenti – Addio al proletariato, La strada del paradiso – e a ricostruire il pensiero di uno studioso che sentivo molto vicino. E che per me, suo malgrado, è stato veramente un maestro.

Non mi va ora di ricostruire la sua biografia, preferisco rimandare a qualche articolo sulla stampa.

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