Archivio per ottobre 2007



un museo della memoria per Buenos Aires

Un amico si lamenta che i miei post sono troppo tristi. Poi mi segnala questo articolo (della serie “non sappiamo cosa vogliamo”) ed ecco questo post che ben si colloca sulla scia dei precedenti.

In questi giorni l’esercito argentino ha finalmente consegnato alle autorità civili gli edifici che ospitavano la Scuola tecnica della Marina (l’Esma). Da qui durante la dittatura partivano gli squadroni militari che sequestravano gli oppositori politici, qui sono stati imprigionati, torturati e uccisi più di 5.000 dei 30.000 desaparecidos. La maggior parte di loro venne gettata nel Rio della Plata in quelli che si chiamarono “i voli della morte”. Qui ancora venne allestito in quegli anni un piccolo ospedale con un reparto maternità clandestino, dove i militari attendevano che le ragazze incinte sequestrate portassero a termine la gravidanza per sottrarre loro i bambini, che venivano affidati a famiglie di militari o poliziotti, prima di ucciderle.
Gli edifici dell’Esma sono quindi particolarmente adatti ad ospitare il “Museo della memoria” che aprirà all’inizio di novembre, che si affianca al già esistente Parco delle memoria, di cui ho già parlato qui e a cui dedicherò un prossimo post. Per realizzare il museo, che fa parte del progetto “topografia della memoria”, i familiari dei desaparecidos hanno messo a disposizione documenti, foto e oggetti personali.

La costruzione del museo è stata decisa nel 2004 dal presidente argentino Kirchner e dal sindaco di Buenos Aires in occasione del 28° anniversario del golpe del 1976. Nel 1998, l’allora presidente argentino Carlos Menem (1989-1999) intendeva demolire gli edifici dell’Esma per creare al suo posto un grande parco, con un monumento dedicato alla “riconciliazione” del popolo argentino, leggo qui. Ma i gruppi per i diritti umani si erano opposti alla demolizione ottenendo un’ingiunzione che ha bloccato l’attuazione del decreto, anche se la Marina aveva continuato a occupare gli immobili. Le pressioni delle organizzazioni per i diritti umani hanno poi portato il governo a sfrattare la Marina dall’ESMA da quei 19 ettari di terreno su cui sorgono 15 edifici.
Un museo è una tipica oggettivazione della memoria culturale, così l’Argentina esplicita una politica della memoria, coerente con un desiderio di giustizia esplicitato dalle recenti azioni giudiziarie contro i responsabii dei crimini della dittatura. Mentre infatti Menem intendeva demolire gli edifici dell’Esma (cancellarli), le “leggi sull’obbedienza dovuta” e le amnistie del 1986 e del 1987 hanno bloccato la persecuzione dei crimini commessi durante la dittatura, per molti, troppi anni.

Che finalmente si faccia giustizia, mi pare una notizia affatto triste.

free burma!


Free Burma!

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regala un coniglio parlante…

…e lampeggiante al tuo blogger preferito. Fino al 10 ottobre potete segnalare un blog al festival di Urbino, per informazioni ecc. clicca qui

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Post Scriptum: il festival dei blog di Urbino non è una pataccata né una trovata del marketing, bensì è il secondo momento di riflessione (e gioco) a partire dai blog organizzato dal gruppo di ricerca LaRiCA della facoltà di sociologia dell’Università di Urbino, che segue il workshop di aprile 2007, tutto sotto il nome Conversazioni dal basso. Non si era capito?

il diritto di essere ascoltati

Ho letto uno stralcio della relazione che Alessandro Portelli ha tenuto a un convegno alla Biblioteca nazionale di Roma il 29 settembre scorso. Per chi non lo sapesse, Portelli, americanista, ha scritto uno dei più bei libri di storia orale italiana, per quel che mi riguarda, sulla strage delle Fosse Ardeatine. E’ quindi un testimone autorevole, quando si parla di memoria e in particolare di memoria popolare.
Nella sua relazione afferma una cosa che credo sia molto importante, in relazione alle cosiddette culture immateriali, ossia a quelle forme della cultura che non si materializzano in oggetti o testi, “ma nella possibilità socialmente diffusa di crearli o rievocarli”. Il cambiamento è innato in queste forme culturali, al di là dei luoghi comuni sulla loro stabilità e immutabilità, poiché la loro incessante ripetizione non è mai tale, mai identica a se stessa (cambia con la vita). Così come la memoria stessa è soprattutto un processo: “non un deposito di dati in via di progressivo disfacimento, ma una perenne ricerca di senso nel rapporto con il passato e nel riuso dei repertori culturali”.
La cosa credo cruciale che afferma Portelli è che la tutela di queste culture, così fragili nel loro affidarsi all’oralità, non sta tanto negli archivi e nelle registrazioni – seppur utili, necessaria forma di riconoscimento: la tutela di queste culture sta nel diritto di parola, e nel diritto all’ascolto, che si riconosce alle persone e ai gruppi che hanno creato e continuano a far vivere quelle culture. Bello, no?

Ps: ho scoperto proprio ora che Alessandro Portelli ha un blog, che non può non entrare nel mio blogroll…


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