Archivio per novembre 2007

cosa ci sto a fare qua

Non mi verrebbe mai in mente di dire di me che sono una blogger, perché non credo che sia questa un’idea vicina al mio essere qua nel mondo, in senso unitario e sintetico intendo… essendo ciò, essere blogger significa per me interrogarmi sul cosa ci sto a fare qua. Ossia perchè scrivo in un mio blog. Colgo quindi con i miei tempi la sollecitazione di Giovanni e tento una risposta, che vale oggi e qui e magari tra 5 minuti sarà già diversa. Premetto che sono ancora molto arrabbiata.

Cosa ti ha spinto a creare un blog?
La curiosità, la voglia di sperimentare un mezzo di espressione e di comunicazione, e la sensazione che fosse ora di concretizzare il desiderio di costruirmi uno spazio personale, anche professionale, in cui parlare del mio lavoro di ricerca.
La curiosità è stata alimentata da un ambiente particolarmente favorevole, ovviamente.

Il tuo primo post?
Il primo era un semplice saluto, il primo post significativo (devo andare a vedere) era su “memoria e corpo”, e ha inaugurato una serie di post successivi sul tema, sulla memoria come problema del corpo, della vita vissuta.

Il post di cui ti vergogni di più
Nessuno.

Il post di cui sei più fiero
Ci sono due categorie di post incomparabili, differenti per qualità: quelli che riguardano innanzitutto me, e che mi permettono di parlare del mondo, e quelli che partono da un evento del mondo per parlare di cose che sento.
Tra i primi, amo molto il post del fruttivendolo, tra i secondi (devo andare a vedere di nuovo)… forse quello sulla pillola per dimenticare (che in realtà sono almeno due: qui e qui). In realtà, sono soddisfatta e affezionata a circa l’80% dei miei articoli, quindi questa selezione è molto forzata.

Ho risposto a tutto, e adesso?

PS: rilancio a lorenzo, che gli altri mi pare siano stati già tutti richiamati

Annunci

Velo e violenza/ sul femminile

Il post di ieri, che avvicinava Heidi e Barbie attraverso un comune riferimento al velo islamico, anticipa un tema oggi in agenda, della politica e forse dei media. Nessuna campagna tra blogger, mi sembra sia stata prevista. Come per i monaci intendo. A me dispiace molto. Invito le mie amiche blogger a rifletterci, invece*.
Oggi è una giornata nazionale di mobilitazione contro la violenza sulle donne, che assume volti molto differenti: dalle botte e dall’omicidio, dentro o fuori la famiglia, alla violenza sessuale fino alle forme più sottili e profonde di violenza simbolica. L’idea è che tutte queste forme di violenza rivolte specificamente al femminile, a quello che il femminile rappresenta nel mondo, siano strettamente connesse, si sostengano a vicenda. Ognuna di esse ci dovrebbe far rabbrividire. Non occorre arrivare all’annientamento della vita, seppur questo sia l’esito più terribile, se non altro per la sua irreversibilità.

cinema-donne.jpg

Sottolineo oggi il tema della violenza contro il femminile attraverso un film di una regista libanese di cui ho letto stamattina su Alias (articolo di Silvana Silvestri in occasione degli Incontri di cinema e donne di Firenze). Il film è Dunia, girato in Egitto e uscito nelle sale europee nel 2006 (in Francia sicuramente), la regista è Jocelyn Saab, libanese che vive tra Parigi e Beirut. Il film in Egitto è stato visibile nelle sale una sola settimana, poi è stato ritirato (malgrado le code ai botteghini) e la regista minacciata e condannata a morte dalle donne, in quanto il film è contro la mutilazione femminile (l’escissione, che riguarderebbe il 97% delle donne egiziane) che è una tradizione tramandata dalle donne. Donne contro donne, come forma suprema della violenza sul femminile.
Il film, che ha per protagonista una giovane attrice egiziana, star di film commerciali, racconta la storia di una ragazza che attraverso lo studio della danza si riappropria del proprio corpo, attraverso la danza e l’amore. La regista racconta su Alias che la stessa attrice ha vissuto profondi cambiamenti durante le riprese ma, appena terminate, è comparsa in televisione velata a rinnegare il film e la regista, a dire che il cinema deve essere velato. La regista libanese conclude la sua intervista con un giudizio molto lapidario sul velo: “più la donna è velata, meno libertà c’è in giro per il mondo”. Ovviamente, aggiungo, non è il velo in sè, ma il velo trasformato, che da una mera tradizione vestimentiaria diventa un vero e proprio strumento simbolico del controllo del corpo e del sentire femminile.

dunia_poster.jpg

Il film è disponibile in dvd (in arabo con sottotitoli in francese, inglese e tedesco, per 22 euro), e un trailer si trova su YouTube, e dopo il ritiro dalle sale egiziane è circolato in Internet dove è stato visto da 4 milioni di persone. Questo post vuole anche essere un piccolo promo commerciale. Perchè registe come la Saab possano continuare a lavorare.

*PS: mi aspetto un post almeno da laura, chiara e valentina (e forse giulia, se è veramente tornata…). Solo per restare entro il mio blogroll al femminile. E’ un obiettivo minimo, insomma.

cose da turchi (non solo)

E’ di ieri la notizia su Repubblica che una casa editrice turca ha adattato alla cultura islamica la cristianissima storia di Heidi, la piccola orfana che oltre ad essere un mito nella sua natia svizzera è un mito globale, con risonanza su tutti i media di tutto il mondo.

heidi.jpg
l’Heidi di Miyazaki

La casa editrice turca Karanfil ha infatti cambiato le illustrazioni che accompagnano il romanzo della scrittice ottocentesca, Johanna Spyri, allungando l’abitino di Heidi per nascondere le mutande (che in particolare nella storia animata dal grande Miyazaki sono spesso visibili), e ha “imposto” il velo alla nonna di Clara e alla signorina Rottermeier. Come se la rigidità morale e bigotta di questa seconda signorina non fosse stata sufficiente nella sua versione originale.
La casa editrice turca ha quindi indigenizzato il prodotto culturale Heidi (direbbe forse Appadurai) per renderlo più vicino alla quotidianità dei bambini turchi. Peccato che la Turchia non sia unanimemente considerata un paese confessionale (islamico), anzi, per alcune significative voci (di cui dà conto la stessa stampa turca) dovrebbe essere un paese laico. La risonanza interna della notizia riguarda dunque una diversa visione della cultura che sarebbe lo sfondo ordinario delle bambine e dei bambini turchi.

heidi_dw_politik_mu_436929h.jpg
a sinistra: illustrazione originale; a destra: illustrazione del libro turco, commentato dal quotidiano turco Aksam che si preoccupa di “cosa debba sopportare l’aristocratica signora Sesemann”, coperta da velo e abito islamico (pubblicate da die Welt.

La vicenda non è nuova nè particolamente strabiliante. Per chi si occupa di oggetti di consumo, e tra questi di giocattoli, gli esempi negli anni recenti si sprecano. Ne cito solo uno: Fulla, che possiamo considerare la variante islamica della Barbie occidentale. Fulla è un prodotto di origine siriana, e si presenta con caratteri contraddittori ma assai intriganti: rispettosa dei genitori e coperta dalla testa ai piedi da un manto nero, ama però parecchio lo shopping. Ho portato la mia Fulla a lezione la settimana scorsa, per mostrarla ai miei studenti (che fra l’altro mi hanno insinuato il dubbio che sia tarocca: ci sono già le contraffazioni!): l’esercizio prevedeva un’analisi accurata del prodotto, fin nelle sue caratteristiche più intime. Fulla (a differenza di Barbie), non può essere interamente spogliata, perchè sotto il vestito coperto a sua volta dal tradizionale manto nero (l’abaya) ha disegnata una mutanda. Incorporata.

mia_fulla.jpg la mia Fulla

il denaro: simbolo nella prima e nella seconda vita

Il denaro moderno è un oggetto che ci dice molto sulla memoria, sul suo statuto attuale. Più precisamente, ci dice molto dell’oblio. Il denaro è un oggetto che opera senza memoria, dicono alcuni. Il denaro è un grande operatore dello sradicamento e dell’oblio.
Il denaro è quindi una grande realizzazione simbolica della modernità, prima ancora e più che un mero strumento economico. A questo ho dedicato già tante pagine, e adesso vorrei andare avanti, trovando nuove strade e nuovi luoghi di osservazione.

passiongrill_002.gif

Qualche giorno fa con la mia amica fashion victim abbiamo ceduto a un raptus e siamo andate a campeggiare in un’isola dedicata al camping in second life: “campeggiare” significa nel gergo di quel mondo online stare seduti da qualche parte, tipo figuranti, e guadagnare linden dollar in base al tempo che si rimane a stazionare. Volevamo comprare vestiti per i nostri avatar ancora relativamente basici, e abbiamo agito d’impulso, un po’ irrazionalmente. Ma da questo impulso insensato (inconscio = incorporato, interiorizzato) è maturata lentamente la mia curiosità sul rapporto con il simbolo-denaro nella second life. Con il second-simbolo-denaro, cioè. Una conversazione animata con Luca, esperto conoscitore dei mondi online, ha rafforzato questa curiosità, e sta prendendo forma il progetto di una ricerca etnografica (chissà quando riesco a farla, mah). Per costringermi a farla davvero ne ho parlato anche con GG, e adesso mi espongo pubblicamente su questo blog. (Ormai è l’unico modo per fare davvero le cose che mi interessano).

gum1_018_tentativo_intervis.gif

Io ho iniziato la mia osservazione partecipante la settimana scorsa, lavando pavimenti per 2 linden dollar l’ora nell’affollatissimo “Moscow Mall” (affollatissimo di lavapavimenti, non di acquirenti), che riproduce il Gum in second life, di cui ho già parlato (qui). Tra stare a carponi con uno straccio in mano e usare una moderna scopa ho preferito la seconda opzione. Gli avatar che stavano facendo il mio stesso lavoro non hanno risposto ai miei timidi approcci (probabilmente stavano altrove affaccendati nella first life, passando ogni tanto davanti al computer per ravvivare il loro avatar ed evitare di essere scacciati dalla postazione, come è capitato infatti a me dopo una mezz’oretta buona di inattività: ero a cena).

gum1_020_iolavoro.gif

Intanto, CERCANSI avatar che hanno campeggiato o svolto attività analoghe per fare second denaro: potreste raccontarci come vi è venuto in mente di farlo, perchè, e cosa ne avete fatto dei linden dollar che avete “guadagnato”? perchè avete preferito campeggiare anzichè comprare linden dollar? Questo e quant’altro vi viene in mente mi piacerebbe che ci raccontaste qui sotto. O via mail a: roberta.bartoletti@uniurb.it

Second Lenin

Il 7 novembre scorso è stato il 90° anniversario della rivoluzione di Ottobre, che dal 2005 non è più festeggiato nemmeno in Russia, per non parlare delle altre repubbliche ex sovietiche. La festività che ha preso il posto di quella data nel calendario russo ricorda la cacciata dei polacchi da Mosca, nel XVIII secolo (un po’ curioso, no?). Evidentemente quell’evento, pur rivoluzionario, quindi nuovo inizio nella storia russa, non è più riconosciuto come fondante. La rivoluzione dell’Ottobre 1917 non è più un mito fondatore (un mito storico, ovviamente, con radici in un passato ancora accessibile alla memoria di alcuni).
Non se ne parla granché in Russia, figuriamoci altrove. Il Manifesto, quotidiano veramente controcorrente, insiste nel ricordare queste date e questi anniversari che sembrano non interessare più nessuno. Credo che più che retrò siano impertinenti, visto che l’oblio non è mai casuale, e loro rigirano il coltello in una piaga che molti vorrebbero dimenticare.
Il 7 novembre 2007 è uscito un bellissimo libro in edicola, dal titolo forse fuorviante “I rifugi di Lenin”: è un resoconto del viaggio nella Russia contemporanea del giornalista Astrit Dakli e del fotografo Mario Dondero, che si interrogano su cosa resta, di quel passato mitico (nell’accezione di cui sopra), ormai non solo desacralizzato, ma ampiamente rimosso.

500px-lenin-statue-moscow-october-place.jpg
statua di Lenin a Mosca, piazza dell’Ottobre

Il racconto inizia dalla piazza dell’Ottobre, a Mosca, dove ancora abita una enorme statua di Lenin. La piazza, che non è neppure propriamente tale, è bruttissima, afferma Dakli e conferma la sottoscritta, e l’impressione è che non sia stata rimossa perchè in fondo non dava tanto fastidio. In realtà, per quanto strano possa sembrare, Lenin continua ad essere considerato un padre fondatore, anche nella Russia contemporanea che ha rinnegato la Rivoluzione di Ottobre. Non è quindi un caso che mentre nel resto del mondo le statue di Lenin vengono rimosse, a Mosca restano al loro posto. Ancora più significativa la permanenza del corpo di Lenin nel santuario addossato al centro del potere russo – il Cremlino – nella mitica piazza rossa. Qui Lenin, le sue mortali spoglie che tanto mortali non sembrano, devono convivere forzatamente non solo con il potere attuale, ma anche con il volto più sfacciato del mercato: di fronte al mausoleo (architettura peraltro bellissima) gli ex magazzini di stato Gum sono oggi sede delle più note e costose marche del mondo (anche italiane). Magazzini di lusso, del lusso più sfacciato, proprio in fronte al corpo imbalsamato di Lenin. Tante contraddizioni dicono tanto, non solo sulla Russia contemporanea, ma sullo stato del mondo.

mausoleolenin.gif

Ma questi secondi Lenin, corpi senza vita, evidentemente non bastavano. Nell’isola di Second Life che riproduce la Piazza Rossa di Mosca è stato realisticamente riprodotto il mausoleo di Lenin, mancano solo le guardie e la coda per entrare: si entra direttamente attraverso una porta automatica, non c’è il percorso obbligato di avvicinamento lento e rispettoso alla salma, che appare quindi immediatamente e un po’ brutalmente. Fuori dal mausoleo, il Cremlino, San Basilio e gli ex magazzini Gum, dove gli avatar che vogliono guadagnare qualche Linden Dollar possono mettersi per un’oretta a pulire i lucenti pavimenti di marmo dei corridoi interni, carponi per terra, con secchio accanto e straccio in mano. Come mai questa second life assomiglia tanto schifosamente alla prima, quando si tratta di denaro?

piazzarossa.gif

mio archivio, miei antenati

La motonave Vulcania nasce nel 1926 nei cantieri navali di Monfalcone. Dopo varie rotte attraverso l’oceano atlantico e le traversie della guerra, dal 1947 riprende il servizio passeggeri sulla linea Genova-Napoli-New York con 240 cabine di prima classe, 270 di seconda e 860 di terza classe turistica, rotta che continua fino al 21 settembre 1955.

vulcania-02web.jpg

Motonave Vulcania, Genova-New York, (giorno? mese?) 1949 – la partenza (porto di Genova?)

vulcania-01web.jpg

i passeggeri della motonave Vulcania, 1949 (terza classe?)

vulcania-03web.jpg

mia madre, tra i passeggeri della Mn Vulcania che attraversa l’oceano, 1949

? dati mancanti o incerti

mediamemorie di guerra

Sulla famosa rete via cavo americana Hbo sta andando in onda Alive day memories: home from Iraq. Fino al 2 dicembre. La star della nota serie Sopranos, James Gandolfini, ha prodotto il programma in cui giovani reduci dalla guerra in Iraq raccontano davanti alle telecamere un giorno che in realtà vorrebbero dimenticare. Il giorno in cui sono sopravvissuti, ossia sono scampati alla morte, il giorno dopo il quale la loro vita non è stata più la stessa.

bio.jpg
il soldato Crystal Davis

Nell’articolo uscito una settimana fa, Irene Alison ricorda che la guerra in Iraq, oltre ai circa 100.000 civili iracheni e i 3.828 soldati americani uccisi, vanta tra i suoi risultati 27.000 feriti, la metà dei quali soffre di sindrome da stress post traumatico, e il più alto tasso di amputati dall’epoca della guerra civile. Proprio a questi ultimi è dedicato il nuovo programma della Hbo.
Le loro storie sembrano interessare i media: la giornalista ricorda film come In the valley of Elah di Paul Haggis e Redacted di Brian de Palma, numerosi documentari (tra cui da No End in Sight di Charles Ferguson, Taxi to the Dark Side di Alex Gibney), ma anche nuove serie televisive, da Over There di Steve Bocho fino a Baghdad ER di Jon Alpert, documentario girato nel pronto soccorso militare della Green zone della capitale irachena. Chissà se riusciremo a vederlo.


DasBuch

Flickr Photos

Creative Commons License
Immagini e testi in questo blog, ove non specificato diversamente, sono pubblicati sotto una Licenza Creative Commons