Archivio per novembre 2008

Inventario 1

Mia mamma faceva la sarta. Poi ha smesso. Non le piaceva neanche tanto. Però ha continuato a farmi dei vestiti, sempre con meno voglia, va detto. A un certo punto se andava bene mi faceva un orlo, come grande concessione. Faceva parte del suo percorso di emancipazione di ex sarta per forza, credo.
Tra le cose che mi ha lasciato ci sono migliaia di rocchetti di filo per cucire, di tutti i colori. Colori molto belli, che secondo me se vai a cercarli non ne trovi mica di così belli, in giro. Ormai è roba da antiquariato, i moderni direbbero modernariato. Per me, invece, sono proprio cose antiche.

Rocchetti di plastica, rocchetti di cartone. Filofort “Tre Cerchi ISC”, 1000 Yds: 914 Mt, N. 80 (giallo chiaro). Filofort 100 Yds: 91 Mt, Col. 532 (arancio becco d’oca). Col. 258 (rosa antico). Col. 478 (ruggine). N. 50 (verde), 300 Yds. Col. 436 (arancio carota). 559: azzurro grigio. Tra i miei preferiti: verde petrolio 377.

I cotoni da cucire sono tutti mescolati in tanti sacchetti, tutti ingarbugliati, intricati insieme a tante altre cose che con la sarta c’entrano, ma non sempre. Bottoni automatici, matasse di filo da ricamo, metri da sarta, fettuccine di vario tipo, grosgrain, modelli su carta trasparente e amenità varie. Un gran casino, insomma, che a districarlo ci si mette chissà quanto.

qui ci starà una foto, appena la scarico dalla macchina fotografica. eccola:

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ciò che non può essere detto deve essere taciuto

ovviamente non è una frase mia, né merito mio averla ricordata. l’ho sentita giovedì, durante la lettura al MAMbo di Paolo Nori che tra le tante cose serie e profonde che ha detto ha tirato fuori Wittgenstein. da giovedì sera questa frase mi risuona nella testa, vorrà pure dire qualcosa.
è una verità che non ha parole che possano spiegarla, raccontarla. prendetela così. quel che non può essere detto deve essere taciuto.

è sempre consumo, seppur digitale

l’avevo già annunciato lo so ma non è colpa mia. avevo già finito l’articolo il 28 settembre e mi hanno prorogato la scadenza al 30 novembre. chi scrive sa che senza scadenze non si finisce mai di scrivere, si aggiusta, si cambia, si aggiunge ecc.

adesso ho davvero finito il mio primo articolo sul consumo in Second Life, quello supercompresso da 30.000 battute che sarà pubblicato in un volume collettaneo che raccoglie i contributi del seminario che si è tenuto a Lecce nell’aprile scorso sul tema “La vita on line. Trasformazioni dello/nello spazio pubblico”, che immagino sarà curato da Luigi Spedicato, dell’Università del Salento.

Anticipo qua qualche riflessione, se qualcuno mai avesse voglia di saperne di più lo mando volentieri.

– il consumo in Second Life è un’attività cruciale, costitutiva del mondo, che si fonda sulla generazione dei contenuti degli utenti che implica la loro circolazione e il loro consumo da parte di altri residenti
– il consumo in SL è una realtà aumentata nel senso che praticamente tutto può essere acquistato, e che merci e denaro del mondo sono accessibili a tutti in modo aumentato rispetto alla prima vita (vedi freebie e land per il camping), nella forma di merci gratuite e denaro gratuito
– allo stesso tempo il consumo in SL si confronta con nuovi vincoli, perchè se tutto è acquistabile e tutti possono consumare, il consumo viene schiacciato sullo scambio di mercato: il primato della proprietà intellettuale si traduce nella possibilità degli utenti/creatori di porre vincoli alla libera circolazione delle cose che hanno creato, anche oltre la vendita: ne risulta limitata l’economia del dono e la possibilità di far circolare gratuitamente cose “usate”, e quindi le potenzialità espressive e relazionali connaturate al consumo
– in SL la scomparsa dell’alibi funzionale (valore d’uso) del consumo di oggetti digitali rivela la natura e il vero movente del consumo, sia dentro che fuori i mondi virtuali: il significato

oggetti del mito

Il feticcio, nella sua accezione originaria, era un oggetto indigeno che inspiegabilmente non poteva essere scambiato. Non poteva essere alienato, non poteva essere ceduto ai mercanti portoghesi che arrivavano sulle coste africane agli albori dell’età moderna.
Difficile oggi raccontare queste storie, così lontane seppur ancora vicine. Difficile spiegare cos’è l’etnocentrismo, di cui crediamo di esserci liberati. Difficile raccontare oggetti e terre (e uomini) costruiti dal mito.
Per questi motivi, e tanti altri, ho fatto vedere ai miei studenti un brano di questo fantastico film.
Questo è il posto dove sognano le formiche verdi, che si ostinano a sognare proprio lì.

(continua…)

chi ha paura degli associati?

Sono un professore associato, e sono rimasta stupita leggendo l’ennesimo articolo del prof. Giavazzi, che in occasione del decreto urgente di riforma delle commissioni di concorso esultava perché ai professori associati veniva impedito di far parte delle commissioni di concorso (di fare i commissari), perchè tanto essendo ricattabili… cito che così sono precisa:

Un vecchio trucco: gli associati devono ancora essere giudicati (per diventare ordinari) quindi sono facilmente ricattabili. E infatti a premere per estendere l’ eleggibilità ai più giovani erano gli anziani non gli stessi associati.

Io sono un associato, sarò rintronata ma non mi pare sia una mossa contro i baroni, semmai contro gli associati. Che saranno anche ricattabili, ma non necessariamente ricattati. Associati che, una volta in commissione, sarebbero anche capaci di intendere e di volere, quindi di valutare e argomentare. O diamo per scontato che non è così, e invece di riformare l’università facciamo semplicmente fuori gli associati dai concorsi? Bel sistema, davvero. E Giavazzi, ordinario, esulta? Mah, mi sa che ci prende in giro anche stavolta. Nessun professore associato a me noto ha esultato, saremo tutti rintronati, forse. Non capiamo che lo fanno (chi, poi?) per il nostro bene.
Fuor di ironia: in pratica ci hanno detto, cari colleghi, che siamo degli schiavi: in quanto non liberi, incapaci di esprimere una volontà, inutile darci potere di voto.
Ringrazio il prof. Giavazzi per la sua solidarietà dall’alto.

PS: so che è un piccolo problema interno (sembra), ma leggendo un post di FC mi è rimontato il nervoso, perchè anche questo è un sintomo di quanto NON si stia cercando di migliorare l’università pubblica, e di quanto si stia cercando, complici i media, di demolire l’università. Come se non bastasse, ci prendono pure quotidianamente in giro. E costruiscono una realtà dell’Università sopra la testa di chi ci vive e ci lavora, insegnando studiando e ricercando ogni giorno. Ora basta.

onde anomale in Europa

Domani è giornata di sciopero nazionale per l’Università italiana.
Non solo nazionale pare. Solidarietà agli studenti in lotta arrivano da tutta Europa.
E da qui.

Update 16 novembre: e da Paris: ecco il volantino che mi manda via Facebook la mia laureanda in Erasmus a Parigi, che con fierezza pubblico qui.
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Le foto su Flickr.
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