Archivio per febbraio 2009

yo que soy americano/a

C’era una volta un cantautore americano, che scriveva ballate, e c’era una volta una canzone, intitolata This land is your land: questa terrà è la tua terra.

This land is your land, this land is my land
From California, to the New York Island
From the redwood forest, to the gulf stream waters
This land was made for you and me

C’era una volta la crisi del 1929, le file di disoccupati davanti agli uffici di collocamento, c’era una volta Woody Guthrie che, indignato dello stato di vita degli americani, dei più deboli e colpiti dalla crisi, negli anni ’40 scriveva questa canzone e queste strofe.
C’era una volta una strofa di questa canzone, che fu cancellata. Rimossa e dimenticata. Perchè osava ricordare cose che andavano dimenticate.

As I was walkin’ – I saw a sign there
And that sign said – no tress passin’
But on the other side …. it didn’t say nothin!
Now that side was made for you and me!
*

C’è oggi un vecchio cantante folk americano, un più giovane cantante rock americano e un ancora più giovane Presidente americano e questa strofa è stata nuovamente ricordata, e cantata ad alta voce al Lincoln Memorial, di fronte a migliaia di “you and me”.

In una terra in cui i governanti, di fronte alla crisi e alla sofferenza che la crisi annuncia alla gente reale, pensa soltanto di incatenare tramvieri ai loro sedili, alunni delle elementari ai loro seggiolini, tentando di far dimenticare a tutti la strofa più importante della canzone, io sogno di essere americana. No importa de que pais.

*Nelle piazze della citta
all’ombra del campanile
all’ufficio di collocamento
ho visto la mia gente
Mentre stavano lì affamati
io mi domandavo
se questa terra fosse fatta per te e per me.

E mentre camminavo
un cartello mi fermò
c’era scritto: “proprietà privata”.
Ma dall’altro lato
non c’era scritto nulla.
Questo lato è stato fatto per te e per me.

(traduzione e altri approfondimenti qui.

lingue ancestrali

A Parigi è in corso una non tanto bella mostra dal bellissimo titolo e su un affascinante tema: Terre natale. Ailleurs commence ici (Terra natale. L’altrove comincia qui). A cura del filosofo Paul Virilio e del fotografo Raymond Depardon.
Sono andata perché il decennale lavoro fotografico di Depardon sulla cultura rurale francese, sui paysans, mi affascina molto, e ha creato aspettative che sono state abbondantemente deluse.
La precedente mostra di Virilio, sempre alla Fondazione Cartier nel 2003, era stata un’esperienza significativa, nulla a che fare con questa seconda.
Terre natale si articola su tre lavori, due di Depardon –Donner la parole e Tour du monde en 14 jours – e uno di Virilio insieme a un collettivo di artisti. Parlo solo di Depardon, che è quello che mi ha irritato di più, sperando di ricordare le parole adatte a descrivere il mio disappunto. In Donner la parole Depardon ha costruito una serie di video dedicati a lingue in via di scomparsa, a causa della progressiva scomparsa dei popoli in cui sono incarnate: lingua quecha e mapuche degli indios del contintente sudamericano, ma anche lo stesso patois del sud della Francia. L’idea mi pareva fantastica – il tema sarebbe il radicamento nella lingua -, ma ne risulta uno sguardo osceno su mondi in via di scomparsa. Resta il valore delle parole (comprensibili dai sottotitoli) degli indios, dei contadini, degli isolani, che ci fanno capire come queste lingue ancestrali radicate alla terra non siano solo un patrimonio folclorico, ma un patrimonio di significati, sono le parole di un senso della vita che non si può esprimere altrimenti. E che scomparirà con i loro ultimi parlanti.


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