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Effetto Beaubourg: Baudrillard, Bifo e i blog

Siamo sempre negli anni Settanta, a Parigi sorge il Beaubourg e l’impertinente Baudrillard ci vede un contenitore senza contenuto, un contenitore che uccide il contenuto (la cultura) e la sostituisce con qualcosa d’altro. Il Beaubourg come contenitore di massa per le masse, che produce masse al posto del tradizionale contenuto (la cultura).
Parigi non è come internet, anche se un po’ tutti ci vanno e ci sono stati, ma l’associazione tra Beaubourg e blog mi è venuta molto spontaneamente. Soprattutto quando ho letto questa frase: “Inutile incendiarlo (il Beaubourg), inutile contestarlo, andateci! E’ il modo migliore per distruggerlo”. Ossia, l’unica cosa che si può sperare è che il Beaubourg imploda. Che imploda da solo, a forza di ramificazioni, connessioni, feed(back). L’implosione, per Baudrillard, come unico modo per distruggere il potere (di cui già nel mio post precedente).

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Lo stesso effetto che faceva a Baudrillard il Beaubourg, a me un po’ l’hanno sempre fatto i media di massa per le masse. Anche i blog. Non so se inconsciamente è per questo che ho pensato di aprire anch’io un blog. Aiutiamo questo sistema a crescere tanto da scoppiare. Alimentiamolo fino allo stremo. Gargantua e Pantagruele.
Rileggendo la frase di Baudrillard sul Beaubourg, ho pensato: cosa succederebbe se TUTTI aprissero un blog? le quotazioni di Google ecc. salirebbero alle stelle o crollerebbero? questo sarebbe un buon modo di capire come la pensa il sistema. Forse un eccesso di complessità di contenuti sarebbe l’inizio dell’implosione. Chissà.
Ma forse non è tanto questo il punto, e sono confortata dal contributo di Franco Berardi/Bifo, che GBA richiama in un recente post sui blog. Il punto non è nei media, ma sta prima, prima di ogni comunicazione. Dopo un’iniziale euforia, anche i media-attivisti più esperti hanno abbassato le loro speranze di far implodere il sistema. Mentre l’unica cosa che pare certa, è che a implodere siano stati i sistemi viventi, il loro equilibrio tra strutture emotive e cognitive, tra la loro produzione (dal basso) di informazione e la loro capacità di dare, a tutta questa varietà (dal basso) un senso emotivo. E pare che ci siano forme di comunicazione, relazione, … più adatte di altre a questa dissociazione (tra cognitivo ed emotivo, tra menti e corpi). Così lascia intendere Bifo.

la realtà liberata dalle cose

Per capire lo statuto attuale delle cose (anche degli oggetti, quindi: le cose materiali) mi pare ancora molto utile una vecchia idea di Baudrillard (1978, Intervista rilasciata alla rivista Tra), quella di iperrealtà: “l’iperrealtà è un concetto che mi ha interessato perchè è diverso da quello di reale, di realtà, senza per questo coincidere con l’immaginario. Per iper-realizzato intendo tutto ciò che fornisce i segni della realtà, che addirittura è più reale del reale, ma che da questo prende le distanze, nel senso che tutto ciò che vediamo è segno di una realtà che ha perso i suoi referenti… Non esistendo più gli oggetti si arriva a una perdita di rappresentazione, che si traduce in una iperrappresentazione. Questo in fondo è il concetto di iperrealismo, che si identifica con quello di simulazione. Iperrealtà e simulazione per me fanno parte dello stesso processo, processo che si trasporta in altri campi, come i mass media, la politica ecc…”
Continua Baudrillard: “si capisce così finalmente che le cose non sono mai rappresentate, consumate, ricevute al “primo livello”, vale a dire con dei “segni che condurrebbero al reale”, segni che in effetti vogliono dire qualcosa; ma le crisi sono sempre crisi del “secondo livello”, dove i segni funzionano tous seuls, senza risvegliare affatto una realtà o un principio di realtà (…) Mi sembra che tutto passi per questa stessa spirale dell’iperrealtà, cioè: noi agiamo, tutti agiscono come se si producesse sempre di più, come se tutto producesse conoscenza, ma in fondo si tratta di una specie di finalità senza fine, finché non sfocia in una specie di iperspazio…”
L’iperrealtà descrive dunque la realtà di un mondo che si è liberato da qualsiasi rimando ultimo alle cose, ai suoi referenti concreti.
Che fare? Non certo cercare di tornare indietro, cercando di restituire il reale: l’unica strada, secondo Baudrillard, era quella di spingere il gioco della iperrealtà fino in fondo (intrappolando il sistema nella sua stessa simulazione). Sì, ma come?

Ricordando Baudrillard: l’oblio delle cose

Jean Baudrillard è purtroppo scomparso, ormai la settimana scorsa. Oggi lo ricorda meritoriamente Alias, il supplemento del sabato de Il Manifesto, ma mi permetto di aggiungere qualcos’altro per cui credo Baudrillard meriti di essere ricordato.

Negli anni Settanta Baudrillard analizzava la società dei consumi, e la trasformazione delle cose in oggetti di consumo, strumenti attraverso i quali gli individui facevano propria, inconsapevolmente, la logica sociale più allargata e astratta delle differenze di classe. Gli oggetti di consumo erano in altre parole lo strumento attraverso il quale l’ordine sociale della differenza si insinuava nei cervelli e nei corpi (i sociologi dicono: veniva interiorizzato, ma non so quanto questa parola sia capace di esprimere la concretezza di questa incorporazione, che non si ferma nella mente). 
Il collegamento con la memoria?

Gli oggetti di consumo sono cose che si trasformano in puro segno della differenza, segno del codice della società stratificata, e si dimenticano di tutte le valenze soggettive e relazionali di cui potrebbero essere investite, ma che offuscherebbero il loro valore di segno differenziale. Gli oggetti di consumo sono senza memoria, perchè ciò ostacolerebbe la loro libera circolazione come puro segno della differenza. Se oggi forse non è questa la logica prevalente, ossia non più quella della differenza di classe, l’idea rimane, il processo di incorporazione pure, e può aiutarci a capire il rapporto tra la memoria e le cose, se si guarda bene.

Grazie, Baudrillard. alias.jpgalias.jpgalias.jpg


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