Archive for the 'corpo' Category

julie

Sarà presto disponibile il nuovo libro di Giuliano Piazzi, Julie (Edizioni Quattroventi, Urbino 2009). Dopo e oltre Il Principe di Casador (prima edizione 1999).
L’immagine di copertina è il risultato dell’incontro tra Julie e la sensibilità di Annamaria Chiavelli.

il velo degli altri

Torno su un tema a me caro, la costruzione culturale del femminile, a partire da un caso montato intorno a un oggetto di consumo.
L’estate scorsa, in un comune alla periferia di Parigi, a una giovane donna musulmana è stato vietato l’accesso in piscina perchè voleva fare il bagno in burkini, il costume da bagno islamico. La ragazza aveva acquistato il burkini a Dubai perchè pensava le consentisse di fare il bagno senza doversi scoprire troppo, nel rispetto dei precetti islamici. Per il gestore della piscina si tratterebbe di un “problema di igiene” (Mary Douglas potrebbe dirci qualcosa al riguardo, e ce l’ha detto), mentre per la ragazza si tratta di una forma di discriminazione, contro la quale pare intenzionata a lottare.
In Olanda, dove un anno fa è accaduto un caso simile a quello francese, il governo ha deciso di non vietare questi costumi integrali, mentre in Svezia alcuni stabilimenti li propongono in affitto, riporta Repubblica.

Il clamore intorno al burkini risuona di altre controversie: in Francia un gruppo di parlamentari si era da poco schierato contro l’uso del burka nel territorio nazionale, ed è di pochi giorni fa il referendum svizzero sul divieto di costruire minareti. In generale notiamo quindi vari segnali di disagio verso i simboli islamici che abitano l’Occidente.
Ma torniamo al burkini: marchio inventato circa due anni fa, si tratta di un costume in tre pezzi che copre capo e corpo, e dal nome possiamo pensare al sostituto di un bikini per donne che portano l’abito tradizionale islamico, e che desiderano un abbigliamento conforme anche per la spiaggia e il bagno. L’unione delle parole burka e bikini non pare particolarmente felice, soprattutto in Occidente dove la parola burka evoca il peggio possibile sull’immagine della donna nel mondo islamico. Giuliana Sgrena commentando un caso di controversia sul burkini a Verona, ricorda le classiche domande che ci si può fare al riguardo.
Se ci concentriamo sull’oggetto, notiamo un esempio di creatività del mercato, che ha inventato il costume da bagno islamico che prima non c’era. L’alternativa era fare il bagno vestite. Ricordo i racconti di mia madre, che faceva il bagno in castigatissimo costume intero con la sua cugina nel mare della Calabria degli anni ’50. Le donne locali, che entravano in mare vestite, le guardavano e le pensavano in molto malo modo.
Da questa prospettiva, molto ristretta, meglio il burkini del burka, se permette di muoversi meglio in acqua. Il burkini consente di segnare una differenza tra il vestito da città e il vestito da mare, sempre nei confini della tradizione islamica (o presunta tale, visto che il Corano non si occupa precisamente di vestiti). E’ un’apertura alla varietà e alla moda (il burkini si presenta in tante versioni colorate o no, con tratti fashion) nel rispetto della tradizione islamica (bel paradosso). Il burkini risponde quindi ad esigenze di una nicchia (non tanto piccola) di consumatori. E’ una ulteriore conquista del mercato.

Se poi ci vogliamo interrogare sulla costruzione del femminile e del suo corpo, sarebbe interessante una bella analisi comparata del burka e del bikini, che sempre più si vede non nelle spiagge ma in televisione.

Pregnant Barbies

La critica maggiore che viene mossa alla bambola della Mattel, mi pare, è quella di essere irrealisticamente bella e fashionista. Fuori dal mondo, dalle sue banali e faticose quotidianità.
Mi ha sorpreso quindi tanto scoprire che tra i fallimenti di mercato della Mattel va annoverata una Barbie incinta, con tanto di pancione magnetico con infante incorporato. Il modello è del 2002, in realtà la bambola incinta non è Barbie ma la sua storica amica Madge, che sta aspettando il suo secondo figlio e ha pure un marito.

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L’articolo è stato ritirato dagli scaffali dei supermercati negli Usa a causa delle reazioni innorridite dei consumatori, preoccupati di eventuali gravidanze delle loro figlie pre-adolescenti, mentre la Mattel pensava che il prodotto potesse offrire ai bambini uno spunto di riflessione e conversazione sulla nascita dei loro fratellini.
Così come ho trovato diversi commenti innoriditi degli utenti di vari social network e blog dove sono state pubblicate immagini di Barbie incinte, nella variante autentica o in vari fake.

Due riflessioni.
1. Ma se il problema della Barbie è la sua inadeguatezza al mondo reale, perchè fa tanto scandalo un’amica incinta? Sottolineo che molti commenti recitano testualmente “che schifo”: fa schifo la gravidanza? la pancia della Barbie? il feto cresciuto? Mi inquieto.
2. Se la Barbie incinta (Madge, in realtà) fa tanto schifo, perchè su Amazon la vendono a un prezzo compreso tra i 350 e i 750 dollari come prodotto raro, ai collezionisti di Barbie? Così come tra i tanti commenti schifati alle Barbie incinte, autentiche o fake, si intervallano le richieste di acquisto dei collezionisti di Barbie, incuranti – da fan – delle controversie generate dal prodotto.

Segnalo il video di Mike Mozart dedicato alla Barbie incinta, della serie giocattoli fallimentari.

Velo e violenza/ sul femminile

Il post di ieri, che avvicinava Heidi e Barbie attraverso un comune riferimento al velo islamico, anticipa un tema oggi in agenda, della politica e forse dei media. Nessuna campagna tra blogger, mi sembra sia stata prevista. Come per i monaci intendo. A me dispiace molto. Invito le mie amiche blogger a rifletterci, invece*.
Oggi è una giornata nazionale di mobilitazione contro la violenza sulle donne, che assume volti molto differenti: dalle botte e dall’omicidio, dentro o fuori la famiglia, alla violenza sessuale fino alle forme più sottili e profonde di violenza simbolica. L’idea è che tutte queste forme di violenza rivolte specificamente al femminile, a quello che il femminile rappresenta nel mondo, siano strettamente connesse, si sostengano a vicenda. Ognuna di esse ci dovrebbe far rabbrividire. Non occorre arrivare all’annientamento della vita, seppur questo sia l’esito più terribile, se non altro per la sua irreversibilità.

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Sottolineo oggi il tema della violenza contro il femminile attraverso un film di una regista libanese di cui ho letto stamattina su Alias (articolo di Silvana Silvestri in occasione degli Incontri di cinema e donne di Firenze). Il film è Dunia, girato in Egitto e uscito nelle sale europee nel 2006 (in Francia sicuramente), la regista è Jocelyn Saab, libanese che vive tra Parigi e Beirut. Il film in Egitto è stato visibile nelle sale una sola settimana, poi è stato ritirato (malgrado le code ai botteghini) e la regista minacciata e condannata a morte dalle donne, in quanto il film è contro la mutilazione femminile (l’escissione, che riguarderebbe il 97% delle donne egiziane) che è una tradizione tramandata dalle donne. Donne contro donne, come forma suprema della violenza sul femminile.
Il film, che ha per protagonista una giovane attrice egiziana, star di film commerciali, racconta la storia di una ragazza che attraverso lo studio della danza si riappropria del proprio corpo, attraverso la danza e l’amore. La regista racconta su Alias che la stessa attrice ha vissuto profondi cambiamenti durante le riprese ma, appena terminate, è comparsa in televisione velata a rinnegare il film e la regista, a dire che il cinema deve essere velato. La regista libanese conclude la sua intervista con un giudizio molto lapidario sul velo: “più la donna è velata, meno libertà c’è in giro per il mondo”. Ovviamente, aggiungo, non è il velo in sè, ma il velo trasformato, che da una mera tradizione vestimentiaria diventa un vero e proprio strumento simbolico del controllo del corpo e del sentire femminile.

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Il film è disponibile in dvd (in arabo con sottotitoli in francese, inglese e tedesco, per 22 euro), e un trailer si trova su YouTube, e dopo il ritiro dalle sale egiziane è circolato in Internet dove è stato visto da 4 milioni di persone. Questo post vuole anche essere un piccolo promo commerciale. Perchè registe come la Saab possano continuare a lavorare.

*PS: mi aspetto un post almeno da laura, chiara e valentina (e forse giulia, se è veramente tornata…). Solo per restare entro il mio blogroll al femminile. E’ un obiettivo minimo, insomma.

cose da turchi (non solo)

E’ di ieri la notizia su Repubblica che una casa editrice turca ha adattato alla cultura islamica la cristianissima storia di Heidi, la piccola orfana che oltre ad essere un mito nella sua natia svizzera è un mito globale, con risonanza su tutti i media di tutto il mondo.

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l’Heidi di Miyazaki

La casa editrice turca Karanfil ha infatti cambiato le illustrazioni che accompagnano il romanzo della scrittice ottocentesca, Johanna Spyri, allungando l’abitino di Heidi per nascondere le mutande (che in particolare nella storia animata dal grande Miyazaki sono spesso visibili), e ha “imposto” il velo alla nonna di Clara e alla signorina Rottermeier. Come se la rigidità morale e bigotta di questa seconda signorina non fosse stata sufficiente nella sua versione originale.
La casa editrice turca ha quindi indigenizzato il prodotto culturale Heidi (direbbe forse Appadurai) per renderlo più vicino alla quotidianità dei bambini turchi. Peccato che la Turchia non sia unanimemente considerata un paese confessionale (islamico), anzi, per alcune significative voci (di cui dà conto la stessa stampa turca) dovrebbe essere un paese laico. La risonanza interna della notizia riguarda dunque una diversa visione della cultura che sarebbe lo sfondo ordinario delle bambine e dei bambini turchi.

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a sinistra: illustrazione originale; a destra: illustrazione del libro turco, commentato dal quotidiano turco Aksam che si preoccupa di “cosa debba sopportare l’aristocratica signora Sesemann”, coperta da velo e abito islamico (pubblicate da die Welt.

La vicenda non è nuova nè particolamente strabiliante. Per chi si occupa di oggetti di consumo, e tra questi di giocattoli, gli esempi negli anni recenti si sprecano. Ne cito solo uno: Fulla, che possiamo considerare la variante islamica della Barbie occidentale. Fulla è un prodotto di origine siriana, e si presenta con caratteri contraddittori ma assai intriganti: rispettosa dei genitori e coperta dalla testa ai piedi da un manto nero, ama però parecchio lo shopping. Ho portato la mia Fulla a lezione la settimana scorsa, per mostrarla ai miei studenti (che fra l’altro mi hanno insinuato il dubbio che sia tarocca: ci sono già le contraffazioni!): l’esercizio prevedeva un’analisi accurata del prodotto, fin nelle sue caratteristiche più intime. Fulla (a differenza di Barbie), non può essere interamente spogliata, perchè sotto il vestito coperto a sua volta dal tradizionale manto nero (l’abaya) ha disegnata una mutanda. Incorporata.

mia_fulla.jpg la mia Fulla

memorie del suolo: terra e corpo

Altri indiani, altre memorie. Tra gli articoli di de Certeau raccolti come scritti politici, uno ha attirato la mia attenzione. Capitolo ottavo: la lunga marcia indiana. Pubblicato nel 1976 su Le Monde Diplomatique, mostra la fiducia di de Certeau nei confronti del genere umano, e conferma secondo me la grandezza straordinaria dell’autore.
L’articolo parla della Resistenza degli indiani dell’America “latina”, del movimento che negli anni Settanta rivendica una specificità e un’autonomia (dal dominio del capitale e dell’Occidente, …) fondate su un legame con la terra, con il suolo, e non tanto su una cultura. Quella stessa terra che per prima è stata espropriata e sottratta, e che negli anni Settanta, ci svela de Certeau, è il fondamento di una memoria collettiva e di un’identità, e non ultimo: di un’azione politica. Il suolo custodisce un segreto indiano, inattingibile nonostante tutte le alterazioni subite (terra merce): la terra è una tavola della legge collettiva, della specificità di un popolo che sfugge sia “all’appropriazione violenta” (del capitale) che al “recupero dotto” (della stessa etnologia).

Cito un pezzo lungo, ma molto significativo (p. 129):
“Sapete” diceva Russel Means “l’indiano ha memoria lunga”. Non dimentica gli eroi uccisi e la sua terra occupata dallo “straniero”. Nei loro villaggi, gli indiani conservano acuta consapevolezza della loro colonizzazione lunga quattro secoli e mezzo (Herbert 1972). Dominati ma non sottomessi, si ricordano anche di quello che gli occidentali hanno “dimenticato”, una continua serie di sollevazioni e risvegli che non hanno quasi lasciato tracce scritte nella storiografia degli occupanti. Quanto se non più dei racconti trasmessi, questa storia di resistenze costellate di repressioni crudeli è segnata sul corpo indiano. Questa scrittura di un’identità che è stata conosciuta nel dolore costituisce l’equivalente del marchio impresso dalle torture iniziatiche sui corpi dei giovani. Anche sotto questa forma, il “corpo è una memoria”. Porta scritta la legge dell’uguaglianza e della non-sottomissione che regge non soltanto il rapporto tra sé e gruppo, ma anche i rapporti tra sé e occupanti. Presso le etnie indiane (circa 200) che abitano l’America “latina”, questo corpo torturato e quest’altro corpo che è la terra alterata costituiscono un inizio da cui rinasce, una volta di più, la volontà di costruire autonomamente un’associazione politica.

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Vorrei tanto sapere, ho il terrore di sapere, perchè non ho la stessa fiducia del grande de Certeau, cosa ne è oggi di questi movimenti.
Sento molto vicini gli indiani dell’America “latina” (altra classificazione dei dominatori), da che ho memoria, grazie in particolare a due libri, entrambi sugli indios del Peru, che segnalo: Nathan Wachtel, La visione dei vinti, libro letto, scomparso e credo quasi introvabile (come testimonia la caccia al libro di Fahrenheit) e Rulli di tamburo per Rancas, di Manuel Scorza, morto in un misterioso incidente aereo nel 1983.

donne o blogger?

Oggi (pomeriggio) sono stata qui, con giulia, fabio, luca (tutti nel mio blogroll, assolutamente privo di cadaveri) e diversi studenti del lab web 2.0 di fabio. Qualche riflessione su donne e blog ne è venuta fuori, e ne parlerò poi (domani?).

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da flickr


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