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memorie del suolo: terra e corpo

Altri indiani, altre memorie. Tra gli articoli di de Certeau raccolti come scritti politici, uno ha attirato la mia attenzione. Capitolo ottavo: la lunga marcia indiana. Pubblicato nel 1976 su Le Monde Diplomatique, mostra la fiducia di de Certeau nei confronti del genere umano, e conferma secondo me la grandezza straordinaria dell’autore.
L’articolo parla della Resistenza degli indiani dell’America “latina”, del movimento che negli anni Settanta rivendica una specificità e un’autonomia (dal dominio del capitale e dell’Occidente, …) fondate su un legame con la terra, con il suolo, e non tanto su una cultura. Quella stessa terra che per prima è stata espropriata e sottratta, e che negli anni Settanta, ci svela de Certeau, è il fondamento di una memoria collettiva e di un’identità, e non ultimo: di un’azione politica. Il suolo custodisce un segreto indiano, inattingibile nonostante tutte le alterazioni subite (terra merce): la terra è una tavola della legge collettiva, della specificità di un popolo che sfugge sia “all’appropriazione violenta” (del capitale) che al “recupero dotto” (della stessa etnologia).

Cito un pezzo lungo, ma molto significativo (p. 129):
“Sapete” diceva Russel Means “l’indiano ha memoria lunga”. Non dimentica gli eroi uccisi e la sua terra occupata dallo “straniero”. Nei loro villaggi, gli indiani conservano acuta consapevolezza della loro colonizzazione lunga quattro secoli e mezzo (Herbert 1972). Dominati ma non sottomessi, si ricordano anche di quello che gli occidentali hanno “dimenticato”, una continua serie di sollevazioni e risvegli che non hanno quasi lasciato tracce scritte nella storiografia degli occupanti. Quanto se non più dei racconti trasmessi, questa storia di resistenze costellate di repressioni crudeli è segnata sul corpo indiano. Questa scrittura di un’identità che è stata conosciuta nel dolore costituisce l’equivalente del marchio impresso dalle torture iniziatiche sui corpi dei giovani. Anche sotto questa forma, il “corpo è una memoria”. Porta scritta la legge dell’uguaglianza e della non-sottomissione che regge non soltanto il rapporto tra sé e gruppo, ma anche i rapporti tra sé e occupanti. Presso le etnie indiane (circa 200) che abitano l’America “latina”, questo corpo torturato e quest’altro corpo che è la terra alterata costituiscono un inizio da cui rinasce, una volta di più, la volontà di costruire autonomamente un’associazione politica.

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Vorrei tanto sapere, ho il terrore di sapere, perchè non ho la stessa fiducia del grande de Certeau, cosa ne è oggi di questi movimenti.
Sento molto vicini gli indiani dell’America “latina” (altra classificazione dei dominatori), da che ho memoria, grazie in particolare a due libri, entrambi sugli indios del Peru, che segnalo: Nathan Wachtel, La visione dei vinti, libro letto, scomparso e credo quasi introvabile (come testimonia la caccia al libro di Fahrenheit) e Rulli di tamburo per Rancas, di Manuel Scorza, morto in un misterioso incidente aereo nel 1983.

la forza simbolica della parola

Nel maggio 1968 si è presa la parola come nel 1789 (sempre in Francia) è stata presa la Bastiglia. E’ una celebre affermazione del grande Michel de Certeau, del quale esce ora per Meltemi una raccolta di saggi dal titolo La presa della parola e altri scritti politici, recensita su Alias del 3 marzo scorso da Andrea Cavalletti. de Certeau nel maggio francese, nella presa di parola di studenti e operai, non vedeva tanto la conquista del potere quanto la denuncia di una mancanza, della mancanza di partecipazione da parte degli assoggettati. Questa presa di parola, che non cambiava necessariamente le strutture sociali ma ne mostrava le mancanze, rappresentava un “cambiamento qualitativo” (una rivoluzione) perché affermava che da quel momento in poi non poteva più essere chiamato vivere un vivere che alienasse la parola. La parola rivendicava se stessa come bisogno, nota Cavalletti, e chiamava così in causa un cambiamento radicale del sistema culturale.

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Il punto sarebbe dunque non tanto dire qualcosa in sé, ma il gesto in sé rivoluzionario sarebbe il prendere parola.
Questa rivendicazione della parola come bisogno, inalienabile e irriducibile, è allora forse l’origine della proliferazione dei blog, come nuova forma contemporanea del “prendere parola”, adatta ai linguaggi e ai luoghi d’oggi? Possiamo quindi paragonarla al parlare in cattedra degli studenti e degli operai del maggio francese?
E se è così, il dato che attraverso i blog prendano parola non solo studenti e operai (ovvio) ma chiunque, cosa significa? che sono tutti assoggettati e hanno tutti bisogno di trovare luoghi dove prendere parola?
E, infine, perchè non voglio esagerare con le domande: il fatto che questa presa di parola OGGI venga in fondo tollerata, anzi addirittura incentivata, significa che dal maggio ’68 ad oggi si è prodotto un ulteriore cambiamento radicale? Mi viene il dubbio che la presa di parola, rivoluzionaria sì in quanto moto da dentro, dal punto di vista delle strutture sociali, della comunicazione, non debba essere più considerata tale. La rivoluzione che si è prodotta negli ultimi anni, e che sta sullo sfondo della presa di parola attraverso le stesse conversazioni dal basso dei blog, riguarda proprio le strutture sociali e della comunicazione, che della presa di parola altrui si nutrono, delegando loro la produzione dei contenuti che per loro sono indifferenti.
La domanda risuona allora: questa presa di parola (attraverso i blog, ma non solo) riesce a mantenere la sua forza simbolica?
Spero che anche di questo si parli il 20 aprile a Pesaro, io ci sono.


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