Archive for the 'letteratura' Category

terra promessa, terra perduta

Sentivo l’altro giorno a radiotremondo che ricorre il 60ennale della fondazione dello Stato d’Israele. Già, era il 1948. Per gli arabi palestinesi si tratta dell’anniversario di un altro evento, assai meno da festeggiare ma ugualmente da non dimenticare. Si tratta della Nakba, in arabo credo significa “la catastrofe”, ossia la diaspora dei palestinesi che nel 1948 sono fuggiti e hanno abbandonato la loro terra e le loro case. Mentre ascoltavo un’intervista su questo alla radio, mi sono ricordata di un romanzo, Nostalgia, dello scrittore israeliano Eshkol Nevo. Il libro contiene varie storie intrecciate, di arabi palestinesi ed israeliani, e una delle più toccanti, che rendono il libro meritevole di lettura, è quella del muratore arabo palestinese Saddiq, che mentre lavora in un cantiere riconosce la casa da cui la sua famiglia è dovuta fuggire – la riconosce dal ricordo dei racconti della madre -, la casa di cui possiede ancora la chiave. Il desiderio di tornare a casa – nella casa della sua infanzia – porta a conseguenze prevedibili.

se muoio stanotte

oggi wu ming 1 e wu ming 4 sono venuti da bologna a urbino per parlare del loro lavoro di narrazione collettiva, e in particolare di Manituana.

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Sono state tre ore molto positive, per me, e in segno di ringraziamento segnalo la storia di Ettore, tra i protagonisti del loro penultimo romanzo – “54” – partigiano che ha partecipato alla mitica battaglia di Porta Lame a Bologna. Eccone una traccia sonora qui.
Della serie: parlare degli antenati (ascoltarli) è un modo per riflettere profondamente sul presente (e sulla sua complessità, ci ricordavano i wu ming).

il diritto di essere ascoltati

Ho letto uno stralcio della relazione che Alessandro Portelli ha tenuto a un convegno alla Biblioteca nazionale di Roma il 29 settembre scorso. Per chi non lo sapesse, Portelli, americanista, ha scritto uno dei più bei libri di storia orale italiana, per quel che mi riguarda, sulla strage delle Fosse Ardeatine. E’ quindi un testimone autorevole, quando si parla di memoria e in particolare di memoria popolare.
Nella sua relazione afferma una cosa che credo sia molto importante, in relazione alle cosiddette culture immateriali, ossia a quelle forme della cultura che non si materializzano in oggetti o testi, “ma nella possibilità socialmente diffusa di crearli o rievocarli”. Il cambiamento è innato in queste forme culturali, al di là dei luoghi comuni sulla loro stabilità e immutabilità, poiché la loro incessante ripetizione non è mai tale, mai identica a se stessa (cambia con la vita). Così come la memoria stessa è soprattutto un processo: “non un deposito di dati in via di progressivo disfacimento, ma una perenne ricerca di senso nel rapporto con il passato e nel riuso dei repertori culturali”.
La cosa credo cruciale che afferma Portelli è che la tutela di queste culture, così fragili nel loro affidarsi all’oralità, non sta tanto negli archivi e nelle registrazioni – seppur utili, necessaria forma di riconoscimento: la tutela di queste culture sta nel diritto di parola, e nel diritto all’ascolto, che si riconosce alle persone e ai gruppi che hanno creato e continuano a far vivere quelle culture. Bello, no?

Ps: ho scoperto proprio ora che Alessandro Portelli ha un blog, che non può non entrare nel mio blogroll…

consumo e memoria

sto faticosamente tentando di scrivere un articolo. in teoria è già scritto, ma solo in teoria. è tutto nella testa ma non riesce a mettersi in ordine sulla carta. estremo tentativo: anticipare il contenuto sul blog.
devo scrivere un articolo su come il consumo ha un ruolo nella produzione delle biografie individuali (e collettive). è chiaro che c’entra la memoria, la capacità degli oggetti materiali di fissare i significati. un individuo e un gruppo riescono a fissare il senso della loro esistenza grazie a una costellazione di oggetti che in qualche modo li caratterizzano. che li rendono specifici. fin qui niente di nuovo.
la cosa che credo sia interessante è questa: nell’ex Germania Orientale, dopo la caduta del muro di Berlino, la trasformazione dei prodotti della società socialista in merci (o oggetti di consumo nell’accezione occidentale, di mercato) è stato paradossalmente il modo con cui i tedeschi dell’est sono riusciti ad affermare in modo positivo, assertivo, il valore delle loro biografie e della loro identità. ad affermarla in opposizione alle descrizioni delle loro biografie e della loro identità che venivano prodotte a Ovest (e che continuano ad essere prodotte ad ovest, malgrado loro).
credo che questo sia un bell’esempio di uso non proprio ortodosso dei significati e delle logiche più profonde delle merci. anche se non si può nemmeno essere troppo entusiasti. anche se non nega gli aspetti più macroscopici delle trasformazioni della germania orientale e dei paesi dell’est in genere (ho letto cronache preoccupanti sull’Ungheria, recentemente).

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Letture consigliate, a me innanzitutto (già ordinato in libreria): Vite nuove, romanzo dello scrittore di Dresda Ingo Schulze. Qui un’intervista.

Aggiornamento di inizio 2008: Vite nuove lo sto ancora leggendo, ma l’articolo ho finito di scriverlo da un pezzo. Alla fine si intitola La fabbrica delle memorie ed è pubblicato qui, per chi fosse interessato a leggerlo.

memorie indiane/sono un Lakota…

Non so dire a quando risale il mio interesse per gli indiani. I nativi del continente americano, del nord. Forse la loro è la storia di una scomparsa troppo dolorosa, per essere affrontata così, con leggerezza. Va presa con cautela, a piccoli passi.
Per capirlo basta leggere l’autobiografia di Alce nero, raccolta con rispetto da John G. Neihardt negli anni Trenta. Quando lo scrittore andò alla riserva di Pine Ridge per conoscere Alce Nero, il vecchio Sioux, quasi cieco, lo stava aspettando, e gli diede appuntamento per la primaversa successiva: “c’è tanto che dovrei insegnarti. Ciò che io so, mi è stato dato per gli uomini, ed è vero ed è bello. Presto sarò sotto l’erba e tutto ciò andrà perduto. Sei stato inviato per salvarlo, e devi ritornare perchè io te lo possa insegnare”. Così John/Arcobaleno Fiammeggiante torna e raccoglie dalla voce di Alce Nero la storia del grande sogno di un popolo e della sua tragica conclusione, con il massacro di Wounded Knee (Sud Dakota) nel 1890. “Sono un Lakota* della banda degli Ogdala. Il nome di mio padre era Alce nero, e anche suo padre portava questo nome, e il padre di suo padre, perciò sono il quarto dello stesso nome. …”.

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Alce nero davanti ai Sei Avi nella Tenda dell’Arcobaleno Fiammeggiante (illustrazione di Orso in Piedi)

* con il termine Lakota si distinguono le bande occidentalii degli indiani Dakota, comunemente noti come Sioux, nota Neihardt.


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