Archive for the 'media' Category

madri archetipiche

In attesa del libro, venerdì 18 maggio anteprima sulle Grandi Madri nel fumetto all’Accademia di Belle Arti di Bologna, conversazione di Daniele Barbieri con l’autrice che sono io, conduce Enrico Fornaroli.

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il narratore e i media

Sono rimasta incollata al racconto di Roberto Saviano ieri sera da Fazio. Tante cose si potrebbero dire, così come tanti sentimenti diversi le sue parole, credo, facciano sentire.
Saviano ha fatto una lezione magistrale sulla realtà dei mass media, mostrando come la stampa locale, del territorio della camorra, costruisce la realtà delle vittime di camorra, dei capi di camorra, delle vittime “giustiziate”, infangate e la realtà dei boss mitizzati. I media che usano lo stesso linguaggio della camorra.
Saviano è un narratore, secondo me. Come mi suggerivano gli studenti di giornalismo di Urbino, alcuni. Concordo.
Ma Saviano narra vicende al centro del lavoro dei giornalisti, pur non essendo, credo, un giornalista. Allora perchè accanto a Saviano ci stavano ieri Grossman e Auster, e non tanti giornalisti italiani? Non tanto fisicamente, non serve. Ma almeno spiritualmente, professionalmente, sarebbe molto bello.
Speriamo nelle prossime puntate.

maglietta rossa la trionferà

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non è né una minaccia né una previsione politica. è l’inno* della squadra di rugby di Treviso, Tarvisium 69, con cui Marco Paolini apre il suo documentario sul rugby. Inno che, al di là della politica, tutti hanno cantato da quando la squadra è nata, nel lontano 1969. Perché, dice Paolini, “il rugby è più forte della politica”. Uno sport che può piacere se ami la terra, perchè ti ci trovi spesso a contatto, dice una giocatrice di rugby a Paolini. Programma strano, inedito, la cui visione consiglio vivamente. In diretta, visto che è proprio ora su la7. Della serie la tv può essere anche questo.

*Dimenticavo: la musica è ovviamente quella che immaginate.

memorie da consumare/da Goldrake a Nana

Mi ricordo di Goldrake. E’ stato il primo anime che ho seguito con passione, all’epoca della sua prima trasmissione alla televisione italiana, nel ristretto spazio del palinsesto riservato ai cosiddetti “ragazzi”. Fine anni Settanta. Goldrake è da subito diventato un simbolo di un nuovo prodotto mediale – i cartoni giapponesi – e un simbolo generazionale, per alcuni, tanto che si parla di Goldrake Generation (perdonate l’inutile inglese). Poi vai a scoprire che tu, che tanto sei legato a questa storia animata, nella GG (perdonate l’inutile sigla) manco ci stai dentro (seppur per poco).

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Scherzo, ma questo è il fatto: i miei colleghi, o meglio un nutrito gruppo di colleghi capitanati da GBA, stanno facendo una ricerca sul rapporto tra media e generazioni che necessariamente coinvolge il campo dei consumi, nello specifico i consumi di prodotti mediali. Tra i prodotti di culto della generazione x (1966-1978) spicca appunto l’anime Goldrake, insieme ad altri che non serve ora citare (leggete i vari post sulla ricerca, qui e qui).
La cosa ovviamente mi intriga, soprattutto nelle sue contraddizioni, che sono molto rivelatrici, e da osservatrice esterna faccio le mie considerazioni. Solo 2.

1. ti senti tanto generazione x e poi scopri che se elenchi i tuoi prodotti mitici sei in compagnia di altre generazioni. Confusione generazionale. Goldrake, ad esempio, sarà tanto x, ma è un tipico prodotto amato quasi universalmente. Non solo dai primi spettatori (che un po’ magari si “stimano”, del loro essere arrivati primi), ma anche da ragazzi che alla fine degli anni Settanta non erano stati nemmeno concepiti nella mente dei loro genitori. Sorge quindi il sospetto che l’idea di “memoria generazionale”, come idea agganciata ai prodotti mediali, funzioni oggi poco in relazione alle giovani generazioni: il fatto è che oggi i prodotti mediali che hanno fatto la differenza per diverse generazioni sono tutti accessibili contemporaneamente, magari in medium diversi (non solo tv: dvd, internet grazie a youtube ecc), che annullano le differenze storiche dei singoli prodotti (a parte alcune evidenti differenze legate al miglioramento dell’animazione, dei disegni ecc.). Allora lo scarto generazionale non si trova tanto nei prodotti mediali che funzionano da prodotti mitici, quanto nei vissuti, nelle biografie particolari, anche nei dati anagrafici, appunto, come dice anche Gba (ad esempio: che età avevi quando hai scoperto e vissuto Goldrake? cosa avevi già visto, prima?). Ma così dire “Goldrake”, da solo, non porta da nessuna parte. Così rischia di diventare un feticcio che, anzichè spiegare, confonde. Anzichè svelare, nasconde.

2. Fabio ha sottolineato un dato emerso dalla ricerca che mi è molto caro, la nostalgia che alcuni giovani consumatori provano per le generazioni di prodotti mediali che li hanno preceduti, una specie di Arcadia mediale che possono solo vivere a posteriori. La nostalgia esprime la mancanza di qualcosa che in realtà non si è mai vissuto. A questo scopo, ogni passato – che in quanto tale è andato – va bene, funziona. Ogni generazione ha quindi oggi la possibilità di esprimere un senso di perdita attraverso il rimando a un passato non troppo lontano, di cui può trovare qualche traccia a cui affezionarsi (a volte sono tracce autentiche, ma non necessariamente). Queste tracce quindi in parte consolano della perdita (sono efficaci, insomma, fanno stare bene). Anche in questo caso, non conta tanto il prodotto in sé, ma la sua distanza temporale dai vissuti attuali delle generazioni che sono venute dopo. Che possono così provare nostalgia, grazie a quella distanza relativa.
Concludo: il punto non sono tanto i manga/anime degli anni Ottanta (che poi sono Settanta e Ottanta), che fra l’altro adoro; quello che funziona è che appartengano a un passato che non è stato vissuto, ma che è accessibile, che può essere quindi allo stesso tempo mitizzato e consumato.

Così ogni generazione, se ha dei moti interiori (ideali, valori, desideri, ecc.), e ce li ha per forza, troverà prodotti mediali (o altri appigli, al di fuori del consumo) che le permettano di esprimerli. O di sublimarli (ma questa è un’altra storia).

Io intanto mi dispero che Mtv non mi trasmette più Nana.

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mediamemorie di guerra

Sulla famosa rete via cavo americana Hbo sta andando in onda Alive day memories: home from Iraq. Fino al 2 dicembre. La star della nota serie Sopranos, James Gandolfini, ha prodotto il programma in cui giovani reduci dalla guerra in Iraq raccontano davanti alle telecamere un giorno che in realtà vorrebbero dimenticare. Il giorno in cui sono sopravvissuti, ossia sono scampati alla morte, il giorno dopo il quale la loro vita non è stata più la stessa.

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il soldato Crystal Davis

Nell’articolo uscito una settimana fa, Irene Alison ricorda che la guerra in Iraq, oltre ai circa 100.000 civili iracheni e i 3.828 soldati americani uccisi, vanta tra i suoi risultati 27.000 feriti, la metà dei quali soffre di sindrome da stress post traumatico, e il più alto tasso di amputati dall’epoca della guerra civile. Proprio a questi ultimi è dedicato il nuovo programma della Hbo.
Le loro storie sembrano interessare i media: la giornalista ricorda film come In the valley of Elah di Paul Haggis e Redacted di Brian de Palma, numerosi documentari (tra cui da No End in Sight di Charles Ferguson, Taxi to the Dark Side di Alex Gibney), ma anche nuove serie televisive, da Over There di Steve Bocho fino a Baghdad ER di Jon Alpert, documentario girato nel pronto soccorso militare della Green zone della capitale irachena. Chissà se riusciremo a vederlo.

verso sud/consumo e memoria

Non ho abbandonato il blog, semplicemente non sono mai riuscita a scrivere in questi giorni, causa le girovagazioni per convegni.
Ieri ho seguito i lavori del convegno su Media, memoria e discorso pubblico alla Facoltà di Sociologia dell’Università di Napoli. Ho partecipato al workshop coordinato da Roberta Paltrinieri ed Emanuela Mora sui consumi come media nella costruzione dell’arena pubblica, con una relazione su Consumi di memoria, identità e discorso pubblico: il caso esemplare dell’Ostalgia, il cui abstract è scaricabile insieme agli altri qui. Dalle relazioni ed esplicitamente dal dibattito che è seguito (a cui ha contribuito anche Alberto Marinelli) è emerso chiaramente come il consumo possa e debba essere considerato una pratica dal basso, che produce senso, senso che non può essere confinato a quella che tradizionalmente è stata definita la sfera privata, come grandi antropologi come Mary Douglas ci hanno (fra gli altri) insegnato.


foto di roberta bartoletti

Il rapporto tra consumo e memoria dalla prospettiva dei singoli può infatti essere osservato in questo modo. Nel caso della Ostalgia, lo sguardo nostalgico dei tedeschi orientali verso gli oggetti della loro vita quotidiana nella Ddr esprime una memoria collettiva in dissonanza con la memoria culturale ufficiale della Germania riunificata e delle sue istituzioni, politiche e culturali. Supportate dal mercato e dai media, queste memorie individuali e collettive dal basso chiedono, attraverso gli oggetti e le pratiche di consumo, di essere riconosciute, ascoltate e rispettate.

PS: lo sapevate che il sindaco attuale di Napoli (donna) ha voluto un Assessorato alla Memoria della città? Si occupa di archivi e dell’identità della città.

la memoria dei media

Un programma di successo alla televisione argentina in questo momento è il Gran Hermano Famosos, che è cominciato appena terminato il gran hermano. Qualche giorno fa un amico mi ha scritto per raccontarmi che un concorrente – tale Nino Dolce, una star televisiva locale – è stato squalificato per avere accusato un altro partecipante al gioco di essere stato coinvolto nelle torture ai desaparecidos ai tempi del regime militare. Mentre la puntata del programma pomeridiana ha prodotto una serie di documenti che discolpavano il concorrente accusato, provenienti direttamente dal ministero dell’interno. Il mio amico si lamentava della qualità infima del programma e della televisione argentina in generale, ma soprattutto era irritato dal blasfemo mescolamento di sacro e profano. “Mi sembrava giusto comunicartelo, non so perchè”.

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Un perchè l’ho trovato io. Il comportamento dei media è abbastanza prevedibile (tutto quello che fa audience, i selettori tipici ecc.). Ma la cosa che più mi ha colpito di questo racconto è che evidentemente (e di questo sono paradossalmente contenta) la dittatura non è un argomento tabu. E’ un pezzo di storia che non viene rimosso, ma continuamente se ne parla, si vedono tracce, e questa cosa della televisione è molto rivelatrice. Perchè è la memoria della società che parla attraverso la televisione. E conta più di monumenti, lapidi e tracce sui selciati.


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