Archive for the 'oggetti' Category



scambi simbolici di figurine rosse

Mentre il più grande partito della sinistra italiana si preparava a dissolversi – ossia: alla vigilia delle primarie del Pd – il manifesto ha portato in edicola la sua ultima trovata irriverente e finanche un po’ eretica. Autoirriverente, dato che il quotidiano insiste a definirsi nel sottotitolo comunista.

album_sx.jpg

Oggi, con un paio di giorni di ritardo, sono andata dal mio giornalaio per prendere una copia di Album di famiglia, l’album di figurine rosse. Sottotitolo: comunisti, anarchici, socialisti e altri rivoluzionari che, nel bene e nel male, hanno cambiato il mondo. Vedo se ne ho ancora, mi dice Massimo (il mio edicolante). Cosa vorresti dire, che è andato a ruba? (mi stupisco io). Beh, tutti quelli che hanno comprato il giornale, l’hanno preso (deduco che sono molti meno di quelli che ieri a Bologna sono andati a votare alle primarie). Peccato, perchè avendo preso l’album mi si pone un problema: con chi potrò scambiare le figurine doppie?
L’ultima figurina che mi ricordo di avere incollato era un oscuro animale marino, che andava a ricoprire quasi perfettamente un buco bianco in un fondale scuro. Per non parlare di altre figurine ancora meno memorabili. In realtà “le figurine” sono quelle dei calciatori, che se ne vedo ancora una degli anni ’70 riconosco le facce, le divise tutt’altro che griffate. Che tenerezza.

3976.jpg b64.jpg
La rilevanza di questo album di famiglia per la memoria è sottolineata da Valentino Parlato in un piccolo intervento di ieri. Che dimostra come si tratti di una storia seria, oltre le apparenze.
Scrive Parlato, sollecitato dall’affettuoso epiteto di “ereticissimi compagni” che alla fine condivide: “ancora cinquant’anni fa queste figurine erano immagini non proprio sacre, ma meritevoli di enorme rispetto. Insomma l’eresia c’è e a uno della mia generazione il tutto appare un po’ blasfemo”, per poi aggiungere che forse una tale eresia non poteva che essere compiuta da dentro, in un momento in cui ricordare il passato, anche in modo autoironico, può essere utile in un “presente che rischia di galleggiare nel vuoto della memoria”.
Le figurine degli uomini che hanno cambiato il mondo, riconosciuti come antenati da alcuni (sottolineo da alcuni), sono quindi un luogo di memoria di cruciale importanza non per il passato, ma per il presente.
In secondo luogo, le figurine vanno sì incollate (appiccicate), sul proprio album, ma fa parte del gioco la necessità di scambiarle, di trovare quindi altri possessori di album, altri compagni della stessa famiglia, con cui scambiare: il gioco è necessariamente collettivo. La figurina è un quasi-oggetto, direbbe qualcuno.
Ultima riflessione, implicita nelle parole di Parlato: possibile che la famiglia per ritrovare le sue radici debba andare in edicola e sborsare 0,90 euro per 5 figurine? Ma chi mi conosce, sa che questa domanda me la sono posta già tante volte, che ci ho perfino scritto un libro

rosa1.jpg

Finito il post, finalmente ho aperto la mia prima bustina, non potevo credere ai miei occhi quando ho visto il profilo notissimo di Rosa Luxemburg (1871-1919). Voglio prenderlo come un segno del destino. Per ora non posso che continuare la raccolta, e cercare qualcuno con cui scambiare le figurine doppie, anche attraverso il blog.

rosa_album.gif

Aggiornamento ore 17.41: ho attaccato la prima figurina nell’album, Rosa Luxemburg, riconosciuta come antenata in quanto “polacca, comunista, donna, ebrea: il “peggio” per la Germania di allora. Dirigente della sinistra Spd. Incarcerata per il suo no alla guerra, assassinata – con il benestare dei suoi ex compagni di partito – per aver tentato la rivoluzione. Da leggere Centralismo o democrazia?

consumo e memoria

sto faticosamente tentando di scrivere un articolo. in teoria è già scritto, ma solo in teoria. è tutto nella testa ma non riesce a mettersi in ordine sulla carta. estremo tentativo: anticipare il contenuto sul blog.
devo scrivere un articolo su come il consumo ha un ruolo nella produzione delle biografie individuali (e collettive). è chiaro che c’entra la memoria, la capacità degli oggetti materiali di fissare i significati. un individuo e un gruppo riescono a fissare il senso della loro esistenza grazie a una costellazione di oggetti che in qualche modo li caratterizzano. che li rendono specifici. fin qui niente di nuovo.
la cosa che credo sia interessante è questa: nell’ex Germania Orientale, dopo la caduta del muro di Berlino, la trasformazione dei prodotti della società socialista in merci (o oggetti di consumo nell’accezione occidentale, di mercato) è stato paradossalmente il modo con cui i tedeschi dell’est sono riusciti ad affermare in modo positivo, assertivo, il valore delle loro biografie e della loro identità. ad affermarla in opposizione alle descrizioni delle loro biografie e della loro identità che venivano prodotte a Ovest (e che continuano ad essere prodotte ad ovest, malgrado loro).
credo che questo sia un bell’esempio di uso non proprio ortodosso dei significati e delle logiche più profonde delle merci. anche se non si può nemmeno essere troppo entusiasti. anche se non nega gli aspetti più macroscopici delle trasformazioni della germania orientale e dei paesi dell’est in genere (ho letto cronache preoccupanti sull’Ungheria, recentemente).

trabant_modellino.gif

Letture consigliate, a me innanzitutto (già ordinato in libreria): Vite nuove, romanzo dello scrittore di Dresda Ingo Schulze. Qui un’intervista.

Aggiornamento di inizio 2008: Vite nuove lo sto ancora leggendo, ma l’articolo ho finito di scriverlo da un pezzo. Alla fine si intitola La fabbrica delle memorie ed è pubblicato qui, per chi fosse interessato a leggerlo.

memorie operaie

Quando facevo le scuole elementari io, non si studiava ancora inglese (in realtà un poco sì, ma non conta): si studiava il proprio territorio. Si andava in giro, capitava di fare pochi passi e di trovarsi tra i campi e i maceri. Tra le prime gite – credo verso la fine degli anni Settanta – ho un ricordo ormai mitico di una visita al museo della civiltà contadina di San Marino in Bentivoglio (sempre nella bassa bolognese: i Bentivoglio erano i signori di Bologna). Già allora il mondo e la vita contadina erano diventati luoghi di memoria, in via di scomparsa e allo stesso tempo riconosciuti come meritevoli di essere ricordati. Così il mondo dei braccianti (gli operai contadini) ha in qualche modo avuto per primo questo riconoscimento, questa attenzione. Non a caso il coro delle mondine di Bentivoglio si costituisce proprio in quegli anni.
Mi viene in mente ora che fu proprio lì che scoprii come si scriveva una parola la cui sonorità mi era familiare, ma che apparteneva solo alla lingua orale: l’arzdàura, in italiano significa la reggitrice. Capii anche a cosa servivano i maceri che facevano parte di un paesaggio di pianura familiare ma allo stesso tempo ormai alieno, per una bambina urbanizzata come me.

Mi chiedo invece cosa sta accadendo alle memorie operaie urbane, industriali, che negli anni Settanta, non solo in Italia, erano ancora al centro del mondo. Verranno fatti dei musei a ricordarli, e come si chiameranno? Quali luoghi possiamo oggi rintracciare come luoghi di memoria di questo mondo che negli ultimi trent’anni ha subito profonde trasformazioni?
Ovviamente qualche idea ce l’ho, ma ci sto lavorando.

cantare per ricordare/il cantourlato delle mondine

Ieri sera alla festa nazionale dell’Unità, che si tiene quest’anno a Bologna, hanno cantato le mondine di Bentivoglio. Il gruppo di donne, oggi tra i sessanta e gli ottanta anni, così a occhio, rappresenta l’ultima generazione di mondine che hanno lavorato nelle risaie della campagna bolognese, la bassa a nord della città. Trent’anni fa circa, raccontava la mondina Renata all’inizio del concerto, una maestra di scuola elementare di Bentivoglio le invitò perchè raccontassero la loro storia ai bambini, e così comincio la loro avventura, che ha avuto una breve pausa di arresto, ma recentemente si è riattivata. Hanno cantato per due ore – con un’energia da non credere – le loro canzoni di lotta, in parte d’autore e in parte inventate dalle stesse mondine, che nelle risaie non potevano parlare (dovevano lavorare) e allora cantavano, la loro protesta ma anche la loro irriverente giovinezza.
L’occasione non era unica, perchè le mondine di Bentivoglio canteranno in giro anche nei prossimi giorni, e spero che continuino anche l’anno prossimo il loro corso, perchè la loro storia e la loro forza continui a essere cantata. Chi volesse affiancarsi a loro può contattarle all’indirizzo che ho trovato sul cd che raccoglie alcuni loro canti: mondinedibentivoglio@email.it

mondine1.jpg
le mondine di Bentivoglio

ps: gli antropologi che studiano il consumo ci dicono che trasferiamo significati dalle cose alle persone, a volte gli oggetti servono ad appropriarsi di qualità che culturalmente attribuiamo loro. Immaginate quindi perchè sono tanto fiera di possedere la bicicletta di una mondina di Molinella (e immensamente grata a Gigi che me l’ha regalata), pur essendo sicura di non meritarmela.

mi ricordo il 2 agosto 1980

La mattina del 2 agosto 1980 ero in centro, a Bologna. Per centro i bolognesi intendono in generale la città entro le mura, entro la terza cinta muraria. Cercavo un regalo per mia cugina, che compie gli anni quel giorno. Mentre tornavo a casa in autobus sentivo delle sirene di ambulanza, lungo la via emilia ponente una quantità di ambulanze fuori dal normale, che dall’Ospedale Maggiore correvano in direzione del centro della città (la stazione è a nord, lungo la circonvallazione). Il mio ricordo del 2 agosto 1980 sono quelle sirene di ambulanza, e lo schiaffone che mi accolse a casa, segno che la preoccupazione della mia famiglia allargata si era dissolta vedendo che ero tornata sana e salva. Dopo lo stupore per lo schiaffo, lo shock della notizia e delle prime immagini della strage, della stazione sventrata, dei soccorritori e delle vittime.

15534.jpg

Da bolognese ho molto apprezzato il libro di una collega, Annalisa Tota, che ha dedicato a questa strage e ai suoi oggetti una ricerca, innescata dalle sue frequentazioni di pendolare della sala d’aspetto della stazione di Bologna, dove la bomba fu messa, dove la bomba scoppiò e dove oggi si trova una lapide trasparente e una breccia nel muro, a memoria della ferita nel corpo della città, che è rimasta come suo tratto identitario.
Se la strage ha lasciato delle tracce indelebili nei corpi, di quelli che c’erano, che hanno vissuto in diretta l’evento, di quelli che ne hanno ascoltato il racconto, perché resti come elemento di una memoria collettiva più allargata (cittadina, nazionale, politica, …) ha bisogno delle sue oggettivazioni. Sono oggetti di memoria della strage del 2 agosto (oggetti in senso materiale) l’orologio di sinistra, all’ingresso principale della stazione, fermo alle 10,25, che solo a viaggiatori disattenti può sembrare un segno di inefficienza delle ferrovie dello stato, e, più remoto e invisibile, l’autobus rosso e giallo della linea 37 che il 2 agosto, su iniziativa dei tramvieri dell’Atc, fu adibito ad ambulanza di fortuna e a mezzo di trasporto delle salme. Oggi l’autobus 37 è conservato nel Museo dell’azienda dei trasporti locali (la stessa che accoglie in un suo ex deposito quel che resta dell’aereo di Ustica). Questi oggetti sono oggetti di memoria perché c’è volontà di ricordare – non solo dell’Associazione dei familiari delle vittime, non solo dell’Amministrazione comunale o dell’Azienda dei trasporti locali – e contemporaneamente il pericolo di dimenticare. Questo fa del 2 agosto 1980 un luogo di memoria.

memorie di un fruttivendolo

La zona dell’ex mercato ortofrutticolo di Bologna è oggi un gran cantiere, nello spazio liberato dalle demolizioni, e in parte un centro sociale abbastanza attivo, l’ex mercato 24. Qualche anno fa, la struttura del mercato era ancora in piedi e ancora “leggibile”, riconoscibile: mentre Fabio lavorava alla sua mostra all’xM24 ho avuto l’occasione di fare qualche fotografia. Perchè sapevo delle imminenti demolizioni, e quel luogo era per me un luogo di memoria personale. Ho fotografato le tracce del mercato all’ingrosso e dell’attività dei suoi abitanti: bilance, pese, qualche insegna di venditore, qualche pubblicità di banane, orari di apertura… poche cose, davvero poche cose. L’unica traccia che mi interessava, che motivava quegli scatti, era invisibile, sconosciuta, perduta per sempre. In fondo, mi rattristava che tutta la vita di quel luogo (che io non conoscevo, ma solo immaginavo, a partire da pochi frammenti) sparisse per sempre, venisse dimenticata, e con essa le tracce di quell’unica vita che lì era passata e che veramente mi interessava. So che mio padre, fruttivendolo a Bologna nel dopoguerra e fino al 1967, faceva parte di quei movimenti di cose e di persone che animavano il mercato nelle prime ore della mattina, quando la maggior parte della gente ancora dormiva.

exmercato_murale.gif
Via Fioravanti, 22 luglio 2007 (foto mia)

Ho scoperto solo stasera – grazie alla segnalazione di un amico che abita alla Bolognina – che è stato fatto un lavoro fotografico sul mercato di ieri e l’ex mercato di oggi, tra i promotori il Laboratorio Mercato oltre al comune e al quartiere (oggi Navile) e lo stesso xM24. Lungo la via Fioravanti, dove si affaccia il centro sociale, l’ingresso sopravvissuto dell’ex mercato e il cantiere della nuova sede del comune, gli spazi destinati all’affissione pubblicitaria ospitano una mostra fotografica su due binari temporali (e di uso, ma anche di senso). Alcune immagini ritrovate, non si sa chi è il fotografo (il comune si mette a disposizione se si facesse vivo, si legge sul manifesto), immagino degli anni Sessanta, ritraggono frammenti di vitalità estiva del mercato ortofrutticolo di Bologna: casse di cocomeri, camion e camioncini caricati e scaricati, facce di fornitori e facchini in grembiuli di altri tempi. Queste le immagini per me più commuoventi. Non ho visto la faccia di mio babbo, non c’era in quelle immagini, ma avrebbe potuto esserci. Magari era poco più in là. Appena fuori dal campo visivo dell’obiettivo del fotografo. Non si sa mai che grazie al blog non riesca a recuperare una testimonianza visiva del suo passaggio in quel luogo: se avete qualche fotografia, me la regalate?

exmercato_uomini.gif

Aggiornamento: forse dovevo intitolare più precisamente l’articolo: memorie (perdute) di una figlia di fruttivendoli…

memorie repubblicane

Di fronte al porto di Ravenna, tra esalazioni di zolfo e paludi abitate da aironi, potete visitare il Capanno Garibaldi, che diede rifugio e salvò la vita all’eroe dei due mondi nell’estate del 1849, quando era inseguito dalle truppe austriache in mezzo alle paludi del ravennate. Già nel 1860 una lapide sul capanno riconosce in esso un luogo di memoria fondamentale per il movimento repubblicano, della Repubblica romana risorgimentale. Questo capanno sarà venerato come la cappella di Betlemme, si legge ancora oggi sulla lapide centrale, la più antica delle 4 oggi visibili sulla facciata: “Questa sacra capanna che nel 1849 tolse alla strage degli erodiani austriaci e di Roma Garibaldi Liberatore i battezzati italiani onoreranno come quella di Betlemme di Nazaret”.
Garibaldi morì il 2 giugno 1882 (notate la data) e da allora (già dal 1879 per essere precisi) la memoria dell’eroe fondatore e del suo mito è custodita dalla Società conservatrice del Capanno Garibaldi di Ravenna.
C’è un collegamento tra questo luogo di memoria e il casone partigiano, che diede rifugio ad altri giovani e meno giovani resistenti, riconosciuti come fondatori di una più recente Repubblica. Così è anche per coloro che oggi conservano, restaurano, promuovono questo luogo di memoria dei repubblicani, non solo ravennati e non solo garibaldini.

capannog.jpgcapanno_old.jpg

ps. lo sapevate che la divisa con pantalone bucato da una pallottola del grande Garibaldi (che fu notoriamente ferito ad una gamba) è custodita nel museo risorgimentale di Bologna? io no, ringrazio Marco M. per avermelo ricordato.

aggiornamento di fine agosto: segnalo un bellissimo articolo di Valerio Evangelisti del 22 agosto sulle radici delle passioni che popolano queste terre del ravennate, nella speranza che riescano se non a ispirare (dubito proprio) almeno a dare un po’ di fastidio alla politica contemporanea.


DasBuch

Flickr Photos

Creative Commons License
Immagini e testi in questo blog, ove non specificato diversamente, sono pubblicati sotto una Licenza Creative Commons