Archive for the 'Resistenza' Category

julie

Sarà presto disponibile il nuovo libro di Giuliano Piazzi, Julie (Edizioni Quattroventi, Urbino 2009). Dopo e oltre Il Principe di Casador (prima edizione 1999).
L’immagine di copertina è il risultato dell’incontro tra Julie e la sensibilità di Annamaria Chiavelli.

ah dimenticavo

il viola porta bene. a me è sempre piaciuto.

memoria breve e investimenti di lungo periodo

che i nostri governanti abbiano qualche problema con la memoria lo sospettavamo, diciamo che lo sapevamo veh.

Faccio discorsi che a volte paiono ideologici, generici, astratti. Allora ringrazio un amico economista che dall’alto della sua autorevolezza – se volete conferme cercate il suo nome su wikipedia – è intervenuto alla Radio Svizzera con un articolo letto e scaricabile da lunedì 21 settembre come podcast qui.

La notizia è che la Svizzera ha superato gli Stati Uniti nella classifica dell’indice della competitività globale. Che ci interessa della Svizzera, direte voi (forse).
Guardando le componenti dell’indice, capiamo che tra i punti forti alla base della competitività svizzera ci sono l’alta qualità dell’educazione e la solidità delle istituzioni. Questo indice in generale ci dice dell’importanza delle politiche di investimento con un occhio al lungo periodo, da fare soprattutto in tempi di crisi. Ci sono tempi di semina e tempi di raccolto. L’Italia occupa oggi il 48esimo posto della classifica relativa all’indice di competitività globale, e sta dietro a paesi ben più poveri come Tunisia ed Estonia, per non parlare della Cina, tanto per fare un paio di esempi. Questa misera posizione è motivata tra l’altro dalla bassa propensione all’innovazione e dalla scarsa qualità del sistema educativo, dagli scarsi investimenti in formazione di capitale umano, cruciale per lo sviluppo e l’innovazione di un paese, oltre che da altri fattori che l’economista non dimentica di sottolineare.
In tempi che dovrebbero essere di semina, in tempi di crisi in cui si dovrebbero fare gli investimenti di lungo periodo, i nostri ministri tagliano non solo gli investimenti, ma anche le spese correnti dedicate all’educazione.
E il ministro Tremonti chiede agli economisti di tacere un anno o due. Ma non era economista pure lui? 😉

Ecco perchè invece che ascoltare Tremonti, preferisco farvi ascoltare Zilibotti. Sarebbe meglio che fosse andato all’estero il primo anzichè il secondo, ma evidentemente questo non è un posto per cervelli che ragionano, ma di ministri che parlano chiedendo agli altri di tacere.

“non mi fotografate a braccia conserte, per favore…

… è la posa di quelli che comandano, “cuj ca cumandu”.

Ernestina, staffetta partigiana della 42esima Brigata garibaldina, Val di Susa, 25 aprile 2009.
(Articolo di Andrea De Benedetti, Il manifesto, 26 aprile 2009, pag. 3, oggi solo in edicola per chi vuole vedere la fotografia della staffetta Ernestina, e leggere l’articolo).

25 aprile, Festa della liberazione dal nazifascismo (non dai puffi cattivi), festa semmai di Giustizia_e_Libertà, inseparabili.

25 aprile in montagna

Per segnare la data del 25 aprile nel calendario del 2009 consiglio la lettura dell’editoriale di Marco Revelli sul Manifesto di oggi. Amaro, duro, ma purtroppo molto condivisibile.
Il 25 aprile, festa della liberazione dal nazifascismo, è una data cruciale nel calendario dell’Italia antifascista, non solo di sinistra. Quello che sta accadendo oggi, sembra assomigliare a una cancellazione del valore di quell’evento – simbolico, sintetico di quanto è avvenuto intorno al 25 aprile nella regione dove vivo e in parte dell’Italia, ma che ha prodotto effetti per tutti gli italiani di allora – attraverso una sua assimilazione. La memoria collettiva lavora non soltanto cancellando le date e gli eventi da dimenticare, ma anche producendo commistioni e vicinanze che svuotano il significato degli eventi. Tanto che il presidente del consiglio attuale fa un gioco di prestigio e parla del 25 aprile come “festa della libertà”.

Cito la prima parte del testo di Marco Revelli, ma consiglio la lettura, dove esplicita meglio questo lavorio della memoria revisionista:

Non c’è, oggi, nulla da festeggiare. Né tantomeno da condividere. Sarebbe ipocrisia non dirlo.
Dobbiamo ammetterlo. Con angoscia. Ma anche con quel po’ di rispetto che merita ancora la verità: il 25 aprile è diventato una “terra di nessuno”. Un luogo della nostra coscienza collettiva vuoto, se ognuno può invitarvi chi gli pare, anche i peggiori nemici della nostra democrazia e i più incalliti disprezzatori della nostra resistenza. E se ognuno può farvi e dirvi ciò che gli pare: usarlo come tribuna per proclamare l’equivalenza tra i partigiani che combatterono per la libertà e quelli della Repubblica di Salò che si battevano con i tedeschi per soffocarla, come va ripetendo l’attuale ministro della difesa. O per denunciarne – dopo averlo disertato per anni – l’ ”usurpazione” da parte delle sinistre che se ne sarebbero indebitamente appropriate, come l’attuale grottesco e tragico presidente del Consiglio.
O ancora – in apparenza l’atteggiamento più nobile, in realtà il più ambiguo ma anche il più diffuso – per riproporre l’eterna retorica della “memoria condivisa”: quella che in nome di un’ Unità della Nazione spinta fino ai precordi dell’anima, all’interiore sentire, vorrebbe cancellare – anzi “rimuovere”, come accade nelle peggiori patologie psichiche – il fatto, “scandaloso”, che allora, in quel 25 aprile, ma anche nei durissimi decenni che lo precedettero e prepararono, si scontrarono due Italie, segnate da interessi e passioni contrastanti, da valori e disvalori contrapposti. Due modi radicalmente in conflitto tra loro, di considerarsi italiani.
Un’Italia, da una parte, in origine spaventosamente minoritaria, sopravvissuta nei reparti di qualche fabbrica, nei quartieri operai delle grandi città, lungo i percorsi sofferti dell’esilio, nelle carceri e nelle isole del confino (quelle di cui il “premier” parla come di luoghi di vacanza): un’Italia quasi invisibile, fatta di inguaribili eretici, di testardi critici ad ogni costo, anche quando le folle plaudenti sembravano dar loro torto, di gente intenzionata a “non mollare” anche quando il “popolo” stava dalla parte del despota, di “disfattisti” contro la retorica di regime, anche quando le legioni marciavano sulle vie dell’Impero… L’Italia, insomma, dei “pochi pazzi” che, come disse Francesco Ruffini, uno dei pochissimi professori che non giurarono, deve in modo ricorrente rimediare agli errori fatali dei “troppi savi”… E dall’altra parte l’Italia, sempre plaudente dietro qualche padrone, delle folle oceaniche, degli inebriati dal mito della forza e del successo, dei fedeli del culto del capo. L’Italia “vecchissima, e sempre nuova dei furbi e dei servi contenti”, come scrisse Norberto Bobbio: quelli che considerano la critica un peccato contro lo spirito della Nazione, e la discussione un lusso superfluo.
Vinse la prima: il 25 aprile sanziona appunto quella insperata, impossibile vittoria. E vincendo finì per riscattare tutti, permettendo persino, con quella sua sofferta vittoria, all’altra Italia di mascherarsi e di non fare i conti con se stessa. Sicuramente di non pagare, come avrebbe meritato, i propri crimini ed errori.

continua qui

Per questo secondo Revelli oggi non ha molto senso andare nelle piazze, terra di nessuno occupata da significati che con il 25 aprile non hanno molto a che fare. Non consiglia certo di andare al mare, ci mancherebbe. Ma forse è il momento giusto per tornare in montagna, fisicamente e idealmente, per ritrovare la strada del 25 aprile. Saluti da Monte Sole.

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quel che resta della chiesa di San Martino dopo l’eccidio e l’incendio del 1944 ad opera dei nazisti tedeschi

onde anomale in Europa

Domani è giornata di sciopero nazionale per l’Università italiana.
Non solo nazionale pare. Solidarietà agli studenti in lotta arrivano da tutta Europa.
E da qui.

Update 16 novembre: e da Paris: ecco il volantino che mi manda via Facebook la mia laureanda in Erasmus a Parigi, che con fierezza pubblico qui.
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Le foto su Flickr.
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Nati oggi

Ieri sono stata alla manifestazione sulla scuola a Bologna, perchè non credo di dover insegnare alle superiori per esserne toccata. Dalle elementari all’università, per quanto mi riguarda è la stessa posta in gioco.
C’erano pochi adulti, e tanti ragazzi. Ragazzi delle superiori, si riconoscono dalle facce da ragazzini. Io li riconosco perchè noto che sono più piccoli dei miei studenti, universitari. Ma solo da quello, perchè non ci sono gli striscioni delle scuole a cui appartengono a identificarli. Nemmeno uno ne vedo, mentre ripercorro il corteo dalla coda alla testa. Una massa omogenea e fluida di ragazzini e di ragazzi, indistinti da appartenenze. Un’onda lunga di singoli studenti, tutti insieme, non separati, non agglomerati in blocchi visibili.
Si distinguono quasi solo per l’età, gli studenti medi dagli universitari. Gli striscioni, i cartelli, molto fatti in casa. Molto improvvisati, amatoriali, come dire. Senza una mano esperta dietro, intendo una mano militante. Artistici, creativi, sia nelle forme che nelle espressioni, negli slogan, nelle battute (“anche i muri hanno orecchie, ma le vostre orecchie sono murate“, recitava un biglietto infilato a fianco di un portone di cittadini che non scendono con loro a manifestare). “La crisi la pago io, ditemi quant’è“, biglietti infilati nei tergicristallo delle auto. Verso la testa, gli universitari hanno qualche striscione che identifica la facoltà, e il mestiere che vorrebbero poter fare.
Un’impressione, forse ancora troppo personale, ma la esprimo qua: questi ragazzi, questi ragazzini, sono nati oggi. Sono nuovi. Non assomigliano a quelli che facevano i cortei negli anni passati, sicuramente non a quelli degli anni ’80, i miei coetanei. Non hanno forme dettate dalle organizzazioni istituzionali della politica – le associazioni giovanili dei partiti, per intenderci. Nati oggi, sono qui a improvvisare e inventarsi una presa di parola che nessuno ha insegnato loro. Che sentono come necessità.
Alla faccia della strumentalizzazione.

Mi indigna enormemente che da molte parti si cerchi di zittirli, di svilirli, di non ascoltarli. Lasciateli parlare, nemmeno io so bene cosa ci vogliono dire.

(continua)


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