Archive for the 'terra' Category

wachsen lassen! natura in città e consumo critico

Da diverso tempo tengo d’occhio una serie di pratiche che ruotano intorno al verde urbano – dal guerriglia gardening agli orti/giardini comunitari, collettivi, condivisi fino agli orti classicamente intesi che a Bologna sono una consolidata tradizione nelle politiche comunali.

Da poco più di un anno le pratiche più tipicamente critiche, espressione di una nuova creatività culturale e sociale, sono approdate nella mia città. Ho approfittato di questa fortunata prossimità geografica per studiarle più da vicino e in profondità, oltre che per dare una mano al loro concretizzarsi – grazie alla mia innata passione e pratica con il giardinaggio amatoriale.

Da questa circoscritta ricerca sono già nati diversi germogli, non si sa bene ancora in quali direzioni andranno e quali frutti duraturi apporteranno, ma già oggi hanno prodotto riflessioni, consapevolezze, nuove domande e, non scontatamente, nuove amicizie.

Ho già avuto modo di ragionare ad alta voce con colleghi e pubblici di varia natura di questa ricerca in corso, anche grazie a diverse presentazioni a convegni, seminari, incontri, da Berlino a Rimini fino ad approdare a Bologna, e di nuovo ne parlerò a Bologna il prossimo 16 novembre. Per quella data con le colleghe e amiche del CescoCom Roberta e Paola, abbiamo organizzato un incontro nazionale del network italiano di sociologi dei consumi, di abbastanza recente costituzione, sul tema Consumo, disuguaglianze e partecipazione. Riflettiamo su una connessione in parte rimossa (consumo/disuguaglianze) e su una connessione non scontata ma di grande attualità (consumo/partecipazione), su cui i sociologi dei consumi in realtà riflettono da tempo, e cercano anche di far sentire la loro voce.

ode all’atomo

L’atomo è entrato nella mia vita alle elementari, attraverso una poesia di Pablo Neruda.
E’ entrato insieme a Hiroshima e Nagasaki.

L’atomo è tornato nelle lezioni di chimica alle scuole superiori, in compagnia delle molecole, degli isotopi…

L’atomo è tornato, con la pioggia dopo Chernobyl, quando a lezione della Gherardi guardavamo preoccupati fuori dalle finestre dell’aula 3, e all’aperto si camminava come se il cielo ci dovesse cascare da un momento all’altro sopra alla testa. L’atomo è rientrato nelle nostre case, con l’insalata poi con il latte e la carne.

In attesa delle centrali della quarta generazione, consiglio a tutti la lettura di un libro bellissimo e tremendo della giornalista Svetlana Aleksievic, Preghiera per Cernobyl,. Che fra l’altro ci ricorda che le principali vittime della catastrofe alla centrale ucraina del 1986 sono stati gli abitanti della Bielorussia, perchè il vento non conosce confini.

memorie del suolo: terra e corpo

Altri indiani, altre memorie. Tra gli articoli di de Certeau raccolti come scritti politici, uno ha attirato la mia attenzione. Capitolo ottavo: la lunga marcia indiana. Pubblicato nel 1976 su Le Monde Diplomatique, mostra la fiducia di de Certeau nei confronti del genere umano, e conferma secondo me la grandezza straordinaria dell’autore.
L’articolo parla della Resistenza degli indiani dell’America “latina”, del movimento che negli anni Settanta rivendica una specificità e un’autonomia (dal dominio del capitale e dell’Occidente, …) fondate su un legame con la terra, con il suolo, e non tanto su una cultura. Quella stessa terra che per prima è stata espropriata e sottratta, e che negli anni Settanta, ci svela de Certeau, è il fondamento di una memoria collettiva e di un’identità, e non ultimo: di un’azione politica. Il suolo custodisce un segreto indiano, inattingibile nonostante tutte le alterazioni subite (terra merce): la terra è una tavola della legge collettiva, della specificità di un popolo che sfugge sia “all’appropriazione violenta” (del capitale) che al “recupero dotto” (della stessa etnologia).

Cito un pezzo lungo, ma molto significativo (p. 129):
“Sapete” diceva Russel Means “l’indiano ha memoria lunga”. Non dimentica gli eroi uccisi e la sua terra occupata dallo “straniero”. Nei loro villaggi, gli indiani conservano acuta consapevolezza della loro colonizzazione lunga quattro secoli e mezzo (Herbert 1972). Dominati ma non sottomessi, si ricordano anche di quello che gli occidentali hanno “dimenticato”, una continua serie di sollevazioni e risvegli che non hanno quasi lasciato tracce scritte nella storiografia degli occupanti. Quanto se non più dei racconti trasmessi, questa storia di resistenze costellate di repressioni crudeli è segnata sul corpo indiano. Questa scrittura di un’identità che è stata conosciuta nel dolore costituisce l’equivalente del marchio impresso dalle torture iniziatiche sui corpi dei giovani. Anche sotto questa forma, il “corpo è una memoria”. Porta scritta la legge dell’uguaglianza e della non-sottomissione che regge non soltanto il rapporto tra sé e gruppo, ma anche i rapporti tra sé e occupanti. Presso le etnie indiane (circa 200) che abitano l’America “latina”, questo corpo torturato e quest’altro corpo che è la terra alterata costituiscono un inizio da cui rinasce, una volta di più, la volontà di costruire autonomamente un’associazione politica.

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Vorrei tanto sapere, ho il terrore di sapere, perchè non ho la stessa fiducia del grande de Certeau, cosa ne è oggi di questi movimenti.
Sento molto vicini gli indiani dell’America “latina” (altra classificazione dei dominatori), da che ho memoria, grazie in particolare a due libri, entrambi sugli indios del Peru, che segnalo: Nathan Wachtel, La visione dei vinti, libro letto, scomparso e credo quasi introvabile (come testimonia la caccia al libro di Fahrenheit) e Rulli di tamburo per Rancas, di Manuel Scorza, morto in un misterioso incidente aereo nel 1983.

la memoria delle pietre

che la memoria ha a che fare con il potere, ce ne siamo già accorti. ci sono memorie che contano poco, nulla. altre che invece… la memoria ha a che fare anche con il capitale, diciamolo chiaramente, che è una forma attuale del potere. credo la maggiore.
quante possibilità pensate abbia oggi la memoria delle pietre? pietre che ricordano da quasi 30.000 anni. pietre mute, o meglio silenziose, che custodiscono una memoria ancestrale, che fino a poco tempo fa oltre che nella pietra era custodita nei corpi, nei miti degli aborigeni. adesso custodita ormai solo dalle pietre.
Marinella Correggia ci parla oggi, dalle pagine di Alias, della distruzione della memoria delle pietre che costituiscono il più importante sito di petroglifici del nostro pianeta, nella penisola di Burrup e nell’arcipelago di Dampier (Australia Occidentale). Se andate su wikipedia, trovate che Dampier è un importante porto industriale dell’Australia. A me viene in mente Bagnoli, chissà perchè nei posti più belli e ricchi di storia e cultura si vanno a impiantare gli insediamenti più inquinanti e invasivi.

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Alcune località a Burrup sono state dichiarate Luoghi protetti dall’Aboriginal Heritage Act (1972-1980) e alcune sono state inserite o candidate al Register of the National Estate australiano, ma si tratta di interventi frammentari, che non tutelano la memoria delle pietre di Burrup. E prima e dopo il 1972, non è dato sapere quanto di quel patrimonio, non censito, sia già andato distrutto, si legge sul sito dell’associazione che ha promosso una campagna per salvare le pietre di Burrup. Che fanno parte dei siti a rischio di distruzione secondo quanto ha rilevato l’ong National Trust of Australia nel 2004. E’ l’unico sito australiano in pericolo nella rilevazione del 2008 del World Monuments Fund (lo è dal 2004).
Ma queste pietre fanno parte o no della memoria dell’Australia? Fanno parte o no della memoria del mondo? No. Forse. Non ancora. L’arcipelago di Dampier è ancora in attesa di essere inserito nel National Heritage Register da tempo (dovrebbe avvenire a giorni, dicono), e non fa ancora parte dei siti dichiarati patrimonio dell’umanità dall’Unesco, pur soddisfacendone tutti i requisiti.
Per rinfrescare la memoria a questi smemorati, nel mondo appaiono e scompaiono mobilitazioni auto-organizzate attraverso il sito di stand up for the burrup, la n. 51 è stata il 24 giugno scorso a Milano (la seconda fatta in Italia), la prossima europea sarà in Francia il 22 luglio, ad Airvault, alle 13:45, al locale Festival dei sogni aborigeni. Che tentazione.

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