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Contro la retorica sugli orti urbani.

Se non pensassi che la natura in città riveli poste in gioco importanti avrei smesso di occuparmi di orti urbani da un pezzo. Oggetto di troppe retoriche, a tratti insopportabili.

Con Pierluigi Musarò giovedì 18 giugno presentiamo il lavoro che abbiamo iniziato qualche tempo fa, mentre lui era visiting alla New York University. Non si può certo comparare NY a Bologna a cuor leggero (ma c’è chi osa di peggio), ma si può osservare congiuntamente un’esperienza matura e sempre in movimento, i community gardens e le molteplici forme dell’agricoltura urbana a NYC, e la tradizione recentemente riscoperta e rinnovata degli orti urbani bolognesi. Non più solo orti sociali, anche se – va ricordato – prevalentemente orti sociali e comunali, almeno sul piano quantitativo (2700 circa nelle attuali 20 aree comunali cittadine).

Quali sono le retoriche sugli orti urbani maggiormente circolanti? Che gli orti sociali siano spazi dove domina la privatizzazione del proprio orticello, dove non c’è nessuna sensibilità per l’ambiente e le tecniche di coltivazione biologica, dove si pensa solo a fare crescere le zucchine come se fossero zucche, ecc.

Abito da circa 4 anni gli orti comunali di Bologna, e da circa tre cerco di raccontare quello che la mia partecipazione osservante mi ha consentito di capire: le aree ortive comunali di Bologna sono spazi sociali complessi, dove coabitano istanze colllettive e di impegno comunitario con individualismo sfrenato, sensibilità alla natura e attenzione ambientale con materialismo produttivo spinto, eccettera. Così come coabitano giovani (pochi) e anziani (sempre più giovani e diversi dagli anziani del passato).

A questa retorica, ormai classica, a cui mi sono quasi rassegnata (non del tutto) se ne sta affiancando un’altra, per me ancora più irritante. Si sente dire che le pratiche spontanee degli ortolani (così si chiamano tra loro, e questo mi sembra già un motivo per riconoscerli tali) devono essere educate. Non si sente l’espressione precisa “educate”, ma fidatevi della mia sensibilità di osservatrice delle dinamiche sociali e culturali. Fidatevi. Le pratiche spontanee, vernacolari degli ortolani devono essere educate: ma in che senso. e da chi? Ci arrivo da lontano.

Nel 1964 – anno mitico – uscì un libro che per me rappresenta per gli architetti (dovrebbe farlo) quello che L’invenzione del quotidiano di de Certeau dovrebbe rappresentare per gli studiosi delle pratiche sociali e culturali. Era Architettura senza architetti, un riconoscimento della creatività e della sapienza insita nelle pratiche della vita quotidiana, un riconoscimento del vernacolare, o del popolare. Del quotidiano.

Mi sembra davvero paradossale, ma anche preoccupante, che nell’epoca delle retoriche sull’innovazione sociale, sulla creatività grassroots eccetera eccetera, ci sia qualcuno che non possa pensare a un paesaggio senza paesaggisti, a una natura senza agronomi, a uno spazio sociale senza architetti. Non si possa pensare, nel senso che non si voglia riconoscere l’esistenza spontanea di spazi sociali, di nature coltivate e di paesaggio senza l’intervento di saperi esperti professionali, che disciplinino la spontaneità delle pratiche popolari. Non solo de Certeau, ma anche Stuart Hall si rivolta nella tomba. E uso coscientemente la parola disciplinare ed educare, non si tratta di far crescere le pratiche spontanee ma di occuparne lo spazio – immaginativo, produttivo, sociale.

Così mi è sembrato davvero bizzarro che nella mostra che si sta chiudendo all’Urban Center di Bologna, una tappa italiana dell’esposizione Carrot City di concezione canadese, “Bologna città degli orti” sia rappresentata unicamente da esperienze istituzionali, progettate dall’alto, che non mostrano in nessuna occasione né le esperienze militanti né la creatività autocostruttrice che è stata l’origine dell’esperienza dei 2700 orti comunali. Autocostruiti da ex contadini ed ex operai degli anni Ottanta in collaborazione con l’amministrazione cittadina, sotto la guida del sindaco Zangheri. E ricostruiti ricorsivamente da tutti quelli che sono venuti dopo. Per non parlare appunto di chi strappa un orto all’asfalto, o ce lo pianta sopra, nei centri sociali occupati bolognesi, o chi si occupa della Terra di Nettuno.

Ma se “Bologna è collaborazione”, per me è soprattutto autocostruzione collaborativa – anche negli orti comunali.

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L’inaugurazione degli orti del Maggiore con il sindaco Imbeni.

mappe della natura in città

Il convegno Digital Polis, che si è tenuto nella sede della Mairie di Parigi, organizzato da colleghe del Laa, è stata l’occasione per ritornare a pensare alle diverse esperienze di mappatura della natura in città, da NYC all’Italia.

Con l’occasione anche qualche nuova riflessione su Bologna, a poche settimane dalla nascita della nuova Comunità di Iperbole. Che posto ci sarà per la natura in queste mappe pubbliche e open? Mi pare ci sia ancora molto da sgomitare.

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oggi se ne parla al Pincherle Social garden

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Topo(lò)biografia di Roberta Bartoletti

Prologo.

Non si sceglie dove nascere. O forse sì. Se avessi potuto farlo sarei nata prematura. Non amo abbastanza la campagna da farla mia, da essere sua. Da sempre, da che ho memoria, rimpiango di non essere nata proprio a Bologna, in quella che sento essere la mia città. Sono venuta alla luce in un paese, seppur poco più in là. Che peccato.

Questo accidente, le cui cause pur mi hanno spiegato e argomentato (convincendomi anche della loro fondatezza), forse ha rafforzato il mio attaccamento al luogo che da sempre sento mio. Casa mia. Non certo perché è il più bel posto del mondo. No di sicuro. Tanti altri ne ho visti, anche migliori. Luce più bella, clima o gente migliore, lingua più musicale. Ma la casa non si sceglie, si sente. Come l’amore, come la fede.

Ho la fortuna di lasciare questa città che è la mia casa ogni settimana e ogni ritorno mi dà un senso di pace gioiosa.

 

San Luca.

Da sempre “tornare a casa” è vedere San Luca. Vedere apparire San Luca. Dal treno, dall’aereo, dall’autostrada. Da sud, da nord, da ovest. Ho sempre vissuto sotto l’ombra protettiva del colle di San Luca. Da bambina non vedevo il santuario dalla finestra di casa, ma sapevo che era poco più in là, nascosto dalle case a sinistra, sul retro. Bastava uscire, fare pochi passi ed eccolo di nuovo lì, grande, enorme, come amplificato da un effetto ottico. Con in cima la luce bianca o rossa, intermittente.

San Luca è la chiesa, la collina su cui poggia la chiesa e il portico che unisce la chiesa alla città, come un lunghissimo cordone ombelicale. La gente che lo percorre o lo guarda da lontano alimenta il significato simbolico di quel colle per la città. San Luca è il posto dove si portano gli amici che vengono da fuori, dove vanno gli innamorati, dove si va a vedere la città luccicare dall’alto, la sera. Si va a San Luca a piedi per un voto, per onorare una promessa, semplicemente per camminare.

Solo recentemente ho scoperto che la chiesa è nata sul luogo dove qualche secolo fa si ritirò una giovane donna per adorare la Madonna. In quel luogo fu costruita una piccola chiesa, solo molto più tardi il santuario e la strada che porta al santuario, protetta dal portico.

Oggi dalla finestra della mia nuova casa, di donna adulta, vedo San Luca e un lato del portico che sale a zig zag verso la cima. Questa veduta è stata determinante nella scelta della casa. Grazie alle porte allineate le une alle altre la sera posso vedere luccicare la chiesa e il portico dal letto, prima di dormire. Non basta per fare sonni sereni, ma per sentirsi a casa sì.

(giugno 2007)

 

Stazione Topolò riparte anche nel 2013, ma avrebbe bisogno di sostegno.

una storia, un nome: le feste de l’Unità

La Festa de l’Unità nasce nel lontano 1945 come festa per l’autofinanziamento dell’omonimo quotidiano, e nel tempo si è evoluta come festa popolare del Partito Comunista Italiano, perno fondamentale della sua politica culturale e della sua progressiva trasformazione in un partito di massa. Poi il Pci è diventato Pds, poi Ds, ma la festa dell’Unità è rimasta (più o meno tale).
Nell’estate del 2007, alla vigilia dello scioglimento dei Ds per la fondazione del Partito Democratico, si è cominciato a mormorare che la festa dell’Unità avrebbe cambiato non solo forma ma anche nome. Qualcuno all’epoca ha anche detto cose strane, tipo marchio che funziona non si cambia. Mah.

E’ passato quasi un anno da allora e ancora, francamente, non si è capito un granché sul destino di quel glorioso nome. E dell’esperienza gloriosa, di migliaia di volontari, che stava dietro a quel nome, e gli dava sostanza e valore.
A Ravenna il Pd sta organizzando “la Grande Festa”, mi dicono. A Bologna, la storica festa delle 2 Madonne che inizia il prossimo 23 maggio (24 maggio causa pioggia) si chiama invece “Festa de l’Unità per il Partito Democratico”, e insieme alla Festa dell’Unità di Bentivoglio merita una segnalazione per la chiarezza identitaria. Una grande novità viene invece dal PD di Pesaro, che si è inventato e sta proponendo di chiamare le varie feste del PD con il nome del comune in cui si svolgono. La festa de l’Unità di Pesaro si è così trasformata nella “Festa Pesaro 2008”. Che ideona. La festa di chi? E soprattutto, la festa di che? Il Pd di Pesaro, orgoglioso, scrive sul suo sito: “E il nuovo “marchio” entra nel circuito nazionale. Complimenti. (Nota a margine: ma questo secondo loro sarebbe un marchio?!).
Per non parlare della trovata che ha avuto il Pd di Firenze per il nome della prossima festa nazionale: si chiamerà Democratic Party! 😦

Per piacere, non scherziamo. I nomi sono cose serie.

Scusate il campanilismo, ora, ma mi tocca parlare bene di casa mia. Di Bologna e della sua provincia – una volta tanto coraggiose. Dell’Emilia, anche (vedi Modena). Fiere della loro storia e del loro passato.
Sul sito del Partito Democratico della Provincia di Bologna è stata pubblicata il 19 maggio un’intervista al direttore delle feste dell’Unità, Lele Roveri (l’anno scorso direttore della Festa nazionale). Lele comunica la scelta della provincia di mantenere il nome Festa dell’Unità aggiungendo per il Pd, mentre a livello nazionale ognuno è stato lasciato libero di far quello che vuole. Lasciando spazio agli esperimenti di cui sopra. Che dire: grazie Lele.

Dimenticavo: vi sarei molto grata se mi segnalaste il nome che viene dato alle ex feste dell’Unità nei vostri quartieri, paesi, città… per fare un piccolo censimento di questa diaspora semantica. Grazie!


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