Archive for the 'oggetti di consumo' Category

usi (im)propri delle Barbie (o no)

suggerimenti dalla moda londinese (qui)

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das Buch

Per leggere i risultati della mia ricerca sulla vera vita della Barbie in rete (per non parlare degli altri saggi, tutti dei colleghi LaRiCA).

DasBuch

Pretesto, per me, per riflettere sullo statuto attuale delle tattiche dei consumatori nell’epoca del social web, con uno sguardo attento alla profonda lezione di de Certeau. Indimenticabile.
Per riflettere sul senso delle Barbie mostrate, frullate, vestite, decapitate, unicizzate, cyborghizzate…. nelle pratiche degli utenti della rete. Creativi, giocosi e critici. Fieri.

Il libro non sarà perfetto, ma mi pare un ottimo strumento di scoperta e di pensiero sulla stagione pop(olare) della rete in cui chi (eventualmente) mi legge sta immerso. E anche gli altri, magari in modo meno conscio.
Colgo l’occasione per ringraziare le amiche della rete che hanno letto in anticipo e dato consigli e suggerimenti, in questo caso Laura D. e Adriana G. e le utenti e gli utenti di Flickr che mi hanno permesso di riflettere con le loro immagini e creazioni: Seneshal of Avalon, , Idrusa Ooak, Macinino Magico, Toypincher, Mario Caicedo Langer, Sabine, YetAnotherLisa, Mymsie, Lisascenic, Sagespot, Valaris, Calicogem© e i mille altri/e che qui non posso ricordare tutti.

verso sud/consumo e memoria

Non ho abbandonato il blog, semplicemente non sono mai riuscita a scrivere in questi giorni, causa le girovagazioni per convegni.
Ieri ho seguito i lavori del convegno su Media, memoria e discorso pubblico alla Facoltà di Sociologia dell’Università di Napoli. Ho partecipato al workshop coordinato da Roberta Paltrinieri ed Emanuela Mora sui consumi come media nella costruzione dell’arena pubblica, con una relazione su Consumi di memoria, identità e discorso pubblico: il caso esemplare dell’Ostalgia, il cui abstract è scaricabile insieme agli altri qui. Dalle relazioni ed esplicitamente dal dibattito che è seguito (a cui ha contribuito anche Alberto Marinelli) è emerso chiaramente come il consumo possa e debba essere considerato una pratica dal basso, che produce senso, senso che non può essere confinato a quella che tradizionalmente è stata definita la sfera privata, come grandi antropologi come Mary Douglas ci hanno (fra gli altri) insegnato.


foto di roberta bartoletti

Il rapporto tra consumo e memoria dalla prospettiva dei singoli può infatti essere osservato in questo modo. Nel caso della Ostalgia, lo sguardo nostalgico dei tedeschi orientali verso gli oggetti della loro vita quotidiana nella Ddr esprime una memoria collettiva in dissonanza con la memoria culturale ufficiale della Germania riunificata e delle sue istituzioni, politiche e culturali. Supportate dal mercato e dai media, queste memorie individuali e collettive dal basso chiedono, attraverso gli oggetti e le pratiche di consumo, di essere riconosciute, ascoltate e rispettate.

PS: lo sapevate che il sindaco attuale di Napoli (donna) ha voluto un Assessorato alla Memoria della città? Si occupa di archivi e dell’identità della città.

giochi di memoria

Auch du erinnerst dich! Ovvero, anche tu ti ricordi?
Leggevo questa mattina, tra i vecchi giornali che mi si accatastano in (vana) attesa di essere sfogliati, un articolo su un Domenicale del Sole24ore sui problemi di memoria della Germania, in relazione al nazismo. Capita spesso di trovare articoli o libri su questo tema. Il problema della memoria della Germania contemporanea è ancora più complesso, e si è arricchito (se si può usare l’espressione) di nuove emozioni e contenuti negli ultimi anni, in seguito alla caduta del muro di Berlino.
Un po’ perché ho dei ricordi vissuti al riguardo, un po’ perché la Germania mi è vicina trovo di particolare interesse il nuovo sguardo nostalgico (a tratti vissuto, a tratti costruito) con cui gli abitanti dell’ex Germania Orientale guardano al loro passato. Ostalgia, l’hanno chiamata. Tralasciamone la complessità, per ora.
Questo fenomeno è sullo sfondo di una nuova serie di “oggetti ostalgici”, in cui sono io stessa inciampata. Tra questi segnalo un gioco da tavolo, il cui nome è citato in apertura di questo post. “Anche tu ti ricordi!” si riferisce alle cancellate, fantasiose nei disegni e variopinte, datate 1960-1989, con cui i tedeschi della ex Ddr recintavano le loro grigie esistenze domestiche. Progressivamente sostituite da moderne cancellate standard, di mercato, oggi possiamo vederle ritratte su tessere quadrate, oggetto di un gioco di memoria (doppio senso). Basta ricordare, per giocare, dove si trova la tessera gemella di ogni cancellata riprodotta.
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Il gioco (nato a seguito di una mostra) è un banale gioco di memoria (di breve termine) che, oltre a far associare tra loro le coppie di tessere mescolate, vuole far “ricordare la memoria collettiva dell’intera nazione”. Ma cosa dovremmo ricordare: la creatività dal basso, con cui i tedeschi orientali rispondevano alla mancanza di merci, suggerisce il retro della scatola del gioco, o la memoria della Ddr, come è scritto nel foglietto interno alla scatola? Forse la complessità dell’insieme, suggerirei io al lettore.

Ricordando Baudrillard: l’oblio delle cose

Jean Baudrillard è purtroppo scomparso, ormai la settimana scorsa. Oggi lo ricorda meritoriamente Alias, il supplemento del sabato de Il Manifesto, ma mi permetto di aggiungere qualcos’altro per cui credo Baudrillard meriti di essere ricordato.

Negli anni Settanta Baudrillard analizzava la società dei consumi, e la trasformazione delle cose in oggetti di consumo, strumenti attraverso i quali gli individui facevano propria, inconsapevolmente, la logica sociale più allargata e astratta delle differenze di classe. Gli oggetti di consumo erano in altre parole lo strumento attraverso il quale l’ordine sociale della differenza si insinuava nei cervelli e nei corpi (i sociologi dicono: veniva interiorizzato, ma non so quanto questa parola sia capace di esprimere la concretezza di questa incorporazione, che non si ferma nella mente). 
Il collegamento con la memoria?

Gli oggetti di consumo sono cose che si trasformano in puro segno della differenza, segno del codice della società stratificata, e si dimenticano di tutte le valenze soggettive e relazionali di cui potrebbero essere investite, ma che offuscherebbero il loro valore di segno differenziale. Gli oggetti di consumo sono senza memoria, perchè ciò ostacolerebbe la loro libera circolazione come puro segno della differenza. Se oggi forse non è questa la logica prevalente, ossia non più quella della differenza di classe, l’idea rimane, il processo di incorporazione pure, e può aiutarci a capire il rapporto tra la memoria e le cose, se si guarda bene.

Grazie, Baudrillard. alias.jpgalias.jpgalias.jpg


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