la forza simbolica della parola

Nel maggio 1968 si è presa la parola come nel 1789 (sempre in Francia) è stata presa la Bastiglia. E’ una celebre affermazione del grande Michel de Certeau, del quale esce ora per Meltemi una raccolta di saggi dal titolo La presa della parola e altri scritti politici, recensita su Alias del 3 marzo scorso da Andrea Cavalletti. de Certeau nel maggio francese, nella presa di parola di studenti e operai, non vedeva tanto la conquista del potere quanto la denuncia di una mancanza, della mancanza di partecipazione da parte degli assoggettati. Questa presa di parola, che non cambiava necessariamente le strutture sociali ma ne mostrava le mancanze, rappresentava un “cambiamento qualitativo” (una rivoluzione) perché affermava che da quel momento in poi non poteva più essere chiamato vivere un vivere che alienasse la parola. La parola rivendicava se stessa come bisogno, nota Cavalletti, e chiamava così in causa un cambiamento radicale del sistema culturale.

maggio68_2.jpgmaggio68_3.jpg

Il punto sarebbe dunque non tanto dire qualcosa in sé, ma il gesto in sé rivoluzionario sarebbe il prendere parola.
Questa rivendicazione della parola come bisogno, inalienabile e irriducibile, è allora forse l’origine della proliferazione dei blog, come nuova forma contemporanea del “prendere parola”, adatta ai linguaggi e ai luoghi d’oggi? Possiamo quindi paragonarla al parlare in cattedra degli studenti e degli operai del maggio francese?
E se è così, il dato che attraverso i blog prendano parola non solo studenti e operai (ovvio) ma chiunque, cosa significa? che sono tutti assoggettati e hanno tutti bisogno di trovare luoghi dove prendere parola?
E, infine, perchè non voglio esagerare con le domande: il fatto che questa presa di parola OGGI venga in fondo tollerata, anzi addirittura incentivata, significa che dal maggio ’68 ad oggi si è prodotto un ulteriore cambiamento radicale? Mi viene il dubbio che la presa di parola, rivoluzionaria sì in quanto moto da dentro, dal punto di vista delle strutture sociali, della comunicazione, non debba essere più considerata tale. La rivoluzione che si è prodotta negli ultimi anni, e che sta sullo sfondo della presa di parola attraverso le stesse conversazioni dal basso dei blog, riguarda proprio le strutture sociali e della comunicazione, che della presa di parola altrui si nutrono, delegando loro la produzione dei contenuti che per loro sono indifferenti.
La domanda risuona allora: questa presa di parola (attraverso i blog, ma non solo) riesce a mantenere la sua forza simbolica?
Spero che anche di questo si parli il 20 aprile a Pesaro, io ci sono.

10 Responses to “la forza simbolica della parola”


  1. 1 Giulia marzo 11, 2007 alle 2:19 pm

    Poniamo che il dubbio che insinua Roberta sia fondato (e secondo me è proprio così) e che il proliferare di contenuti comunicativi dal basso non abbia una forza simbolica veramente rivoluzionaria (anche se ovviamente ci sono eccezioni).
    Allora mi viene in mente un’altra domanda cruciale: che cosa è rivoluzionario oggi? E questa, ahimè, non è una domanda retorica.

    È possibile osservare delle dirette corrispondenze fra la struttura della società e le forme rivoluzionarie che la abitano.
    La società settecentesca, che si descriveva a partire dalla politica (che definiva le forme di stratificazione sociali – nobili, borghesi ecc.), vede fiorire al proprio interno movimenti che fanno della politica stessa (in senso ribaltato) il loro strumento di rivendicazione di potere (si auspica la venuta del nuovo homo aequalis, politicamente inteso).
    I movimenti sindacali che fioriscono fra la fine del XIX secolo e la prima Guerra Mondiale, sorgono in una società che si definisce a partire dall’economia (che dalla Rivoluzione Industriale in poi diventa il sistema di funzione centrale nella società) e rivendicano nuove forme di uguaglianza basate sulla gestione della proprietà privata e sui diritti dei lavoratori.
    Mentre la presa di parola dei movimenti del maggio francese si avvale della comunicazione come strumento rivoluzionario – guarda caso, proprio in una società che si definisce a partire dalla comunicazione – per rivendicare una specificità culturale diversa rispetto alla dominante ideologia borghese.

    E oggi?

    Una possibile risposta la troviamo in un libro che fa riferimento a una conversazione del 1971 fra Noam Chomsky e Michel Foucault (Della natura umana. Invariante biologico e potere politico, Derive e Approdi, Roma 2005). Ovviamente le posizioni di Chomsky e Foucault sono diverse, ma entrambi sembrano credere che la nuova posta in gioco sia la proprio la vita, nella sua concretezza. Quindi non più rivendicazioni politiche contro lo Stato centralizzato né economiche contro il capitalismo, non più forme di riappropriazione della comunicazione (attraverso la presa di parola) contro l’ideologia di massa, ma la necessità di riappropriarsi della vita. Ma come? Contro cosa? E su quale terreno?
    Sono solo idee. Ma forse varrebbe la pena di rifletterci sopra.

  2. 2 Lorenzo marzo 13, 2007 alle 6:26 pm

    Se è vero che la società moderna lascia gli individui in un relativo stato caotico e di contingenza, allora il blog potrebbe avere più di una funzione. In un senso, permette che una parte del conflitto latente e del disagio percepito trovino un efficiente valvola di sfogo: se nel maggio del ’68 era servito tenere le finestre aperte in maniera decisa e dare una certa rinfrescata all’aria stantia di qualche “ufficio”, ora sembra più di assistere agli effetti di una disposizione che d’ufficio garantisca ad ognuno la propria “finestra” personale.
    In un altro senso, se ciò rinforza, cristallizza ed aiuta ad ordinare la posizione di chi si ritrova ad essere mero punto di snodo di informazioni, tale staticità non viene di certo percepita come un danno poiché, contemporaneamente, permane nel singolo la capacità di “espletare le proprie performance comunicative” (una sorta di farmaco dagli effetti collaterali quasi azzerati, si direbbe). Sempre in questa direttiva, se “i gruppi sociali del moderno non sono più in grado di garantire e dare senso alla comunicazione ed è compito dei singoli trovare nel mondo motivi per garantirne la ricorsività” [mi permetto una citazione anticipata al libro di Roberta] il blog è uno strumento utile sì ad un sistema sociale che ha bisogno che la comunicazione si riproduca, ma non è certo il primo strumento che userei per una rivoluzione. Così come non lo sono state, a mio avviso, le prese di parola nel maggio del ’68.
    Mi chiedo infine se e in quali modi e tempi, ad individui cui è richiesto di garantire la ricorsività della comunicazione, ne sia permesso o concepibile, di causarne il collasso. Credo che il blog permetta di superare vincoli specifici che (fuori-rete) impediscono il fiorire di relazioni produttive. Ma anche che una volte fiorite sia necessario tornare a quei vincoli e umori specifici (fuori-rete) il cui attrito garantisce sì la ricorsività di cui sopra, ma anche e necessariamente altro.

  3. 3 Roberta Bartoletti marzo 13, 2007 alle 6:47 pm

    Condivido il sospetto di Giulia, che la posta in gioco non riguardi più tanto la comunicazione (e infatti ho dedicato il mio blog alla memoria).
    Ma le domande che ponevo non sono retoriche, le risposte verranno credo a partire da un po’ di auto-osservazione e di osservazione del fenomeno da una prospettiva meno esterna.
    Vedremo.

    E’ chiaro che i blog sono uno strumento particolarmente adatto alle forme attuali della comunicazione, della società, delle relazioni ecc. Sono una forma personale, individualizzata, parecchio egocentrica, e si intrecciano ovviamente con la comunicazione incarnata, fuori rete. Aiutano la comunicazione a riprodursi, certamente.
    Mi interessava però, in questo post, riflettere sulla loro (eventuale) potenzialità espressiva e rivoluzionaria, con tutte le perplessità del caso. Che mi restano.

  4. 4 Giulia marzo 15, 2007 alle 10:11 am

    Sulla potenzialità espressiva e rivoluzionaria dei blog credo che ci siano esperienze di assoluto rilievo che si mostrano veramente in grado di incidere sui meccanismi di potere della società o che comunque danno luogo a pratiche che si muovono in antagonismo con le logiche del sociale.
    Segnalo due esempi. Ricordo una vecchia storia relativa alla funzione di alcuni blog di donne iraniane che sono riuscite, attraverso un’estesa mobilitazione, a far revocare condanne a morte inflitte a donne accusate di aver ucciso … il loro stupratore (sono molto interessanti in tal senso le analisi della sociologa iraniana Masserat Amir Ebrahimi).
    Poi segnalo un sito italiano, zerorelativo, che ha a che fare con gli oggetti😉 e il baratto.

  5. 5 giulia caramaschi marzo 15, 2007 alle 10:30 am

    Sulle potenzialità espressive e rivoluzionarie dei blog credo che ci siano importanti esperienze da segnalare. Esperienze che dimostrano che si può incidere sui meccanismi di potere della società e che è possibile muoversi in direzioni che vanno contro le logiche del sociale. Segnalo in tal senso una vecchia storia relativa a blog di donne iraniane che, grazie a una estesa mobilitazione, sono riuscite a far revocare condanne a morte inflitte a donne accusate di omicidio… del loro stupratore (interessante in tal seno il lavoro della ociologa iraniana Masserat Amir Ebrahimi). Segnalo poi un sito italiano che ha a che fare con gli oggetti😉 e con il baratto.

  6. 6 roland toma aprile 16, 2007 alle 10:25 am

    miserve lalbeo dlla struttura dell parola e dlla frasi perche non riesco a trovali grazi


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